Palagi e Palandri: «Quei sei alloggi andavano ristrutturati molto prima: negli archivi comunali, dal 2002 a oggi, non abbiamo trovato un solo atto di manutenzione su quegli edifici».
«Un privato paga per non costruire, e con quei soldi il Comune ristruttura sei appartamenti che possiede già dal 1998. Nessun alloggio nuovo entra nel patrimonio pubblico. Il saldo, per chi cerca casa a Firenze, è zero». È l’affondo di Dmitrij Palagi e Lorenzo Palandri, Sinistra Progetto Comune e SPC Quartiere 2, contro la delibera 334 dell’11 agosto con cui la Giunta ha stanziato 460.709 euro per rimettere a posto sei alloggi di proprietà comunale in via della Chimera, a Rovezzano.
I fondi, spiegano Palagi e Palandri, «non vengono dal bilancio ordinario. Vengono dalla monetizzazione, cioè dalla somma che chi trasforma un immobile versa al Comune al posto di realizzare la quota di edilizia residenziale sociale che la norma gli impone».
Nel caso specifico si tratta della convenzione di via dei Sassetti, approvata dal Consiglio il 18 maggio scorso «con il nostro voto contrario». Quella somma «sostituisce per intero 358,37 metri quadri di alloggi sociali che in centro non saranno costruiti».
«Il conto, messo in fila, è questo: un privato paga per non costruire, e con quei soldi il Comune ristruttura ciò che era pubblico da ventotto anni».
Sgomberi e tempi che «corrono insieme e non si incontrano mai». Critiche da Sinistra Progetto Comune anche sulla gestione degli inquilini. «In tre di quei sei alloggi vivevano, fino a poche settimane fa, tre nuclei familiari, destinatari della determinazione dirigenziale n. 5622 del 20 luglio: un ordine di rilascio a decorrere dal 27 luglio, eseguibile anche in forma coattiva».
Sul dove sarebbero andate quelle persone, prosegue SPC, l’atto prevede solo che i servizi sociali provvedano «se del caso, alla sistemazione ed al reperimento di soluzioni abitative alternative per eventuali soggetti deboli che dovessero essere ritrovati sul posto al momento dello sgombero».
«La delibera dell’11 agosto, che pure si apre citando la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e l’articolo 47 della Costituzione, su quelle famiglie non aggiunge una riga», fanno notare. E la loro interrogazione 1073 del 16 giugno, che chiedeva «una soluzione abitativa garantita prima del rilascio, non una presa in carico eventuale», «a oggi non risulta trattata».
«Quattro giorni separano l’ordine di sgombero dall’avvio della progettazione: il documento preliminare è del 24 luglio, la relazione tecnica del 31, la delibera dell’11 agosto. Sono due procedimenti che corrono insieme e non si incontrano mai: da una parte le persone da mandare via, dall’altra il cantiere da aprire».
Altro punto critico: la destinazione. La delibera inserisce gli appartamenti nell’edilizia residenziale sociale, pensata per chi «non riesce a trovare risposta né nell’Edilizia Residenziale Pubblica né sul libero mercato degli affitti».
«Quegli alloggi erano nati nel 1998 dentro il progetto “Il Guarlone”, curato dalla Fondazione Michelucci, per sei nuclei familiari che uscivano dal campo del Poderaccio. Il patrimonio si sposta verso l’alto, e lo fa con un atto di Giunta di agosto, mentre la scelta su chi ha diritto a una casa pubblica dovrebbe passare dal Consiglio».
E sul progetto: «Accanto alle opere finanziate ce ne sono altre per 172.404 euro, il 31% del totale progettato, che la delibera esclude dal quadro economico». Sono «il rifacimento del tetto, gli intonaci esterni, le persiane, il ripristino degli abusi edilizi, la verifica delle fosse biologiche e del collettore fognario, le prove di tenuta degli impianti del gas e dell’acqua».
Tradotto: si rifanno gli impianti dentro casa e si rimanda la rete a monte, in un complesso che la relazione dei progettisti descrive con condizioni igienico-sanitarie precarie.
Per SPC questo investimento «archivia di fatto l’ipotesi di demolirli per farci un ecocentro, votata dalla maggioranza del Consiglio di Quartiere 2 il 9 marzo 2026».
«Non stiamo dicendo che quei sei alloggi non vadano ristrutturati. Vanno ristrutturati, e andavano ristrutturati molto prima: negli archivi comunali, dal 2002 a oggi, non abbiamo trovato un solo atto di manutenzione su quegli edifici», incalzano Palagi e Palandri.
«Quello che diciamo è che la monetizzazione, usata così, non produce case: sposta soldi da un cantiere che non si fa a un immobile che c’era già». E concludono: «Un’assenza di riflessione su come sia stato possibile che nascesse il “caso via della Chimera” è una rimozione che fa male a tutta la Città. Perché dal tema dei rifiuti abbandonati in zona a quello della sicurezza nel rione, alla cittadinanza arriva un messaggio di assenza di presa in carico politica».

