Una riflessione su carcere, CPR, sicurezza… e sovranità

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di Filippo Boretti (architetto)

Prima dei tre colpi esplosi al pronto soccorso di Prato c’è un fatto politicamente molto più importante che nessuna telecamera ha ripreso: il momento nel quale lo Stato ha perso un uomo che aveva già deciso di espellere.

Il ventiduenne marocchino protagonista della vicenda della Dogaia non era semplicemente uno straniero del quale ignoravamo la posizione amministrativa. Oggi sappiamo che era irregolare, che dopo essere uscito dal carcere pratese era stato trasferito in un CPR di Modena in attesa dell’espulsione verso il Marocco e che da quella struttura era evaso. È quindi tornato a Prato, dove è accusato di aver tentato di introdurre nella Dogaia circa 600 grammi di hashish e telefoni cellulari. Da lì la fuga, il pronto soccorso, l’estintore e infine gli spari.

Se quei colpi fossero necessari e proporzionati lo stabilirà la magistratura. La politica dovrebbe invece riavvolgere il film e porsi una domanda precedente: perché quell’uomo era ancora lì?

Il problema dell’immigrazione italiana ed europea non è più soltanto stabilire chi abbia diritto di entrare. È recuperare la capacità dello Stato di far accadere ciò che ha già deciso.

Perché una decisione di espulsione che non diventa espulsione non è semplicemente una pratica amministrativa incompleta. È una perdita di sovranità. E quando quella mancata esecuzione consente a una persona di tornare sul nostro territorio a piede libero e, secondo l’accusa, nuovamente dentro un circuito criminale, la debolezza amministrativa può trasformarsi in un problema di sicurezza.

Il caso pratese contiene quasi tutta la catena: carcere, scarcerazione, irregolarità, CPR, espulsione da eseguire, evasione, ritorno a Prato, nuovo presunto reato, nuovo arresto, nuovo carcere.

Uno Stato di diritto deve garantire a chiunque processo, difesa, salute e dignità. Anche allo straniero irregolare. Ma i diritti fondamentali della persona non equivalgono a un diritto indefinito alla permanenza. Se l’ordinamento stabilisce che qualcuno deve lasciare il territorio nazionale, lo Stato deve essere capace di rendere effettiva quella decisione. Altrimenti il diritto smette di essere governo della realtà e diventa certificazione della propria impotenza.

Ed è precisamente qui che emerge anche una contraddizione politica toscana.

Il presidente Eugenio Giani ha dichiarato che la Regione si opporrà «con tutte le forze» alla realizzazione del CPR previsto a Pallerone, definendo sbagliata la scelta del Governo. È certamente legittimo discutere dove realizzare un CPR, come debba essere gestito e quali garanzie debba assicurare. Ma rimane una domanda alla quale prima o poi bisognerà rispondere: se si rifiuta uno degli strumenti attraverso i quali lo Stato tenta di rendere effettive le espulsioni, quale alternativa altrettanto efficace si propone?

Il caso di Modena dimostra peraltro che costruire un CPR non basta. Un centro dal quale evade una persona destinata all’espulsione rappresenta anch’esso un anello debole. Ma un CPR che non funziona impone di farlo funzionare meglio; non dimostra che possa esistere una politica dei rimpatri senza luoghi, procedure e strumenti capaci di accompagnare fino alla fine una decisione di espulsione.

È questa la questione che per troppo tempo abbiamo evitato. Abbiamo discusso molto del diritto di arrivare, dell’accoglienza e dell’inclusione. Molto meno di chi possa restare, a quali condizioni e di cosa debba accadere quando quelle condizioni vengono meno.

Prato mostra il risultato finale di questa lunga rimozione. Alla Dogaia più della metà dei detenuti è straniera. Davanti alla Questura persone che cercano di stare dentro le regole attendono in condizioni indegne per ottenere documenti e risposte. Nelle strade aumentano problemi di sicurezza e l’Esercito presidia alcune zone della città.

Sono fenomeni diversi e confonderli sarebbe sbagliato. Ma tutti pongono la stessa domanda allo Stato: sei ancora capace di distinguere e decidere?

Accogliere chi ne ha diritto. Integrare chi vuole appartenere. Proteggere chi è vulnerabile. Punire chi delinque. Espellere chi deve essere espulso. Non c’è alcuna contraddizione. È precisamente ciò che dovrebbe fare uno Stato.

Negli ultimi anni il Governo Meloni ha ridotto gli ingressi irregolari via mare e rafforzato i rimpatri. Ma controllare meglio l’ingresso non basta se la macchina si inceppa all’uscita.

Il ventiduenne della Dogaia non dimostra che tutti gli immigrati siano un problema. Dimostra qualcosa di assai più serio: persino quando lo Stato aveva già individuato il problema, assunto una decisione e avviato la procedura per risolverlo, non è riuscito ad arrivare fino in fondo.

E allora forse il vero confine della sovranità non è sulla costa italiana.

È nel punto esatto in cui una decisione dello Stato smette di produrre conseguenze.