L’audizione della sindaca in Consiglio comunale non chiarisce i nodi sollevati sulla gestione del patrimonio di Montedomini e sugli affitti turistici
Un’ora di comunicazione in Consiglio comunale. Molte parole sulla storia di Montedomini, sulla sua funzione sociale, sul patrimonio dell’ente e sui limiti dei poteri del Comune. Ma le risposte che la città aspettava non sono arrivate. L’audizione della sindaca Sara Funaro sulla vicenda degli immobili di ASP Montedomini si chiude con l’amministrazione che annuncia un cambio di direzione, ma non chiarisce fino in fondo perché quella direzione fosse stata imboccata, chi abbia assunto determinate decisioni e soprattutto quali vantaggi concreti ne siano derivati per la collettività.
È questo il punto che attraversa gli interventi arrivati al termine della seduta. Una vicenda che da settimane solleva interrogativi sulla gestione del patrimonio immobiliare di Montedomini, sulle locazioni turistico-ricettive e sul rapporto tra valorizzazione economica degli immobili e finalità sociali dell’ente. E che oggi, secondo le opposizioni, non ha trovato nell’aula di Palazzo Vecchio quelle risposte puntuali che erano state richieste.
Funaro ha rivendicato la necessità di preservare l’equilibrio economico dell’ASP e ha ricostruito il ruolo e la storia di Montedomini, sottolineando anche i limiti delle competenze direttamente esercitabili dal Comune. Ma per Dmitrij Palagi, di Sinistra Progetto Comune, proprio qui si trova il problema: «Se andava tutto bene, perché cambiare indirizzo?». Palagi contesta infatti l’assenza di un vero indirizzo politico formalizzato dal Consiglio comunale negli ultimi anni. Dal 2021, sostiene, l’unico atto del Consiglio riguardante l’Azienda sarebbe la deliberazione del luglio 2022 sui regolamenti di organizzazione e contabilità, un atto di natura tecnica. «Se oggi si annuncia un cambio di direzione – osserva – la domanda è quale indirizzo si stia cambiando, visto che non è mai stato scritto». Per Palagi, dunque, non basta parlare di un nuovo regolamento. Occorre spiegare quale fosse l’indirizzo politico precedente e chi lo abbia determinato. E soprattutto bisogna interrogarsi sul modello di gestione del patrimonio pubblico: «Non ci può essere un cambiamento nella continuità», sostiene, chiedendo che le decisioni passino anche dal Consiglio comunale e dai territori.
Ancora più diretto è l’attacco di Massimo Sabatini, che sintetizza la propria posizione con un’accusa politica: «Nessuna risposta su Montedomini». Secondo Sabatini, la sindaca avrebbe parlato per quasi un’ora della storia dell’ente e delle sue attività, elementi già conosciuti, senza entrare nel merito dei «numeri del contendere». La domanda centrale, sostiene, resta quella relativa alle società che si sarebbero aggiudicate immobili importanti a fronte di canoni assai contenuti rispetto ai potenziali ricavi dell’attività turistico-ricettiva. È proprio il rapporto fra canone pagato a Montedomini e possibile rendimento degli immobili uno dei nodi che l’opposizione avrebbe voluto vedere affrontato in maniera puntuale.
Fratelli d’Italia insiste sullo stesso punto. Angela Sirello, Matteo Chelli, Alessandro Draghi e Giovanni Gandolfo contestano che l’audizione abbia fornito le risposte politiche richieste. «Non avevamo bisogno di una visita guidata dentro Montedomini», affermano. Il tema, secondo FdI, riguarda infatti le scelte compiute nel passato e il ruolo della politica. Il gruppo richiama in particolare la modifica del regolamento del 2018, avvenuta quando Dario Nardella era sindaco, Luigi Paccosi presidente di Montedomini e Funaro assessora al Welfare e alla Casa. Da qui una serie di domande: chi decideva quali immobili destinare alla locazione? Chi stabiliva quali dovessero essere mantenuti a finalità sociale e quali messi sul mercato? E, soprattutto, chi valutava la compatibilità delle destinazioni proposte dai privati con gli scopi istituzionali dell’ASP? Fratelli d’Italia richiama inoltre la composizione della Commissione immobili, sostenendo che vi fosse una presenza anche del Comune, e pone il caso degli appartamenti di via dell’Albero: tre unità ad uso abitativo, un unico lotto, una durata di sedici anni e un canone mensile posto a base di gara di 2.600 euro, con meccanismi di scomputo collegati ai lavori. Da qui la domanda politica più pesante: «Cosa è stato davvero valorizzato? Il patrimonio di Montedomini o l’attività economica del privato?».
Una domanda che si collega direttamente alla questione più generale della cosiddetta valorizzazione del patrimonio pubblico. Se l’obiettivo è produrre risorse per sostenere la funzione sociale di Montedomini, sostengono le opposizioni, bisogna dimostrare in modo trasparente quanto quelle operazioni abbiano prodotto e quale beneficio concreto abbiano generato per l’ente e per le persone assistite.
Alberto Locchi, capogruppo di Forza Italia, sposta invece l’attenzione direttamente sui costi dei servizi. La sua domanda parte da un’affermazione sostenuta in aula da esponenti della maggioranza: gli affitti brevi servirebbero a finanziare e valorizzare l’ente e a redistribuire la rendita. Ma, osserva Locchi, se questa è la logica, perché la quota sociale dell’RSA di Montedomini risulta pari a 59,10 euro al giorno, mentre in molte altre strutture fiorentine vengono applicate quote inferiori? Il consigliere cita, fra gli altri, il Cottolengo, le Ancelle del Sacro Cuore, Casa Placci e Villa Consolata. «Evidentemente c’è qualcosa che non torna», sostiene Locchi. La domanda diventa quindi: se gli introiti derivanti dagli immobili servono a sostenere i servizi, quale beneficio economico concreto arriva agli ospiti delle RSA? E dove sono contabilizzati eventuali servizi aggiuntivi finanziati con quelle entrate? Locchi pone anche un secondo interrogativo sulla gestione: se per garantire l’equilibrio dei servizi fosse necessario ricorrere alle entrate degli immobili commerciali, si tratterebbe, secondo il suo ragionamento, di un problema di sostenibilità della gestione. Se invece quelle entrate non sono indispensabili, bisogna spiegare perché sia stata scelta una destinazione degli immobili che porta sul mercato attività turistico-ricettive.
Anche Luca Santarelli, coordinatore del Gruppo Misto-Noi Moderati, accusa la sindaca di non aver affrontato i punti sollevati dalla cittadinanza e dalle associazioni. In particolare, sostiene che nell’intervento non siano arrivate risposte sulle garanzie offerte dalle società assegnatarie delle locazioni turistico-ricettive, sulla vicenda del vincolo di destinazione di Villa Ogier e sul perché le rendite derivanti dagli immobili siano state affidate a soggetti privati anziché essere gestite direttamente dall’ente. Santarelli contesta inoltre il tono politico assunto dalla comunicazione della sindaca e sostiene che la questione Montedomini debba essere affrontata distinguendo l’ente dalle scelte politiche compiute nel tempo.
In mezzo alle critiche delle opposizioni arriva però anche la posizione della maggioranza, che prova a tracciare una nuova linea. Il gruppo Pd in Consiglio comunale afferma infatti che il patrimonio di Montedomini debba essere messo «al servizio della città» e indica come obiettivo quello di escludere nuove concessioni o locazioni a fini turistico-ricettivi. La proposta è quella di utilizzare gli immobili per rispondere al fabbisogno abitativo attraverso affitti residenziali duraturi, canone concordato, edilizia residenziale sociale, housing sociale e soluzioni rivolte a famiglie, giovani coppie, lavoratori e studenti. Ma proprio qui rimane la contraddizione politica emersa dall’audizione. Se oggi il Pd dice stop alle nuove destinazioni turistico-ricettive, significa che qualcosa rispetto al passato deve essere cambiato. E se deve essere cambiato, la città ha diritto di sapere perché quelle scelte siano state considerate appropriate allora e non lo siano più oggi. È questa, in fondo, la domanda che attraversa tutti gli interventi delle opposizioni: non soltanto «cosa fare da domani», ma «perché è stato fatto ciò che è stato fatto fino a oggi».

