La morte di Rodolfo Fiesoli, cui egli giunse quasi 16 mesi esatti fa senza neppure chiedere scusa alle vittime e ai loro discendenti e familiari, fu occasione di parecchie riflessioni a caldo e a freddo. Tra le prime, quella del nostro Caporedattore Jean-Claude Martini (1), seguita di un solo giorno a quella dell’Associazione Vittime del Forteto, tra le quali emerge il pesante j’accuse per il quale la setta fondata dal Fiesoli sarebbe «ancora viva» (2). Parole, queste, che ben lungi dal volersi limitare a suscitare un effimero scandalo, poggiano su dati di fatto reali e concreti, soprattutto alla luce del mancato smascheramento delle sue coperture esterne.
Rappresentata dal presidente Sergio Pietracito e dal legale Giovanni Marchese e supportata dalle testimonianze delle vittime, è emerso che i pionieri e i membri storici della congrega continuano a riunirsi regolarmente, certo al di fuori della sede originaria della cooperativa, spostandosi in particolare in un casale a Dicomano. Qui, i lealisti di Fiesoli, a quanto riportato, stanno mantenendo attivi i legami, le vecchie dinamiche e un sistema di reciproca protezione (3).
A destare ancor più allarme è l’ininterrotta attività dei casali, dove sono tuttora ospitati disabili e altri soggetti con fragilità (4), temendosi in tal modo un riemergere e un riproporsi dei vecchi fantasmi che hanno reso tristemente nota la struttura.
Difficile, del resto, che con la quantità e la qualità della protezione politica di cui per anni essa ha beneficiato, si possa smantellare questa rete di violenza, perversioni e pedofilia con la semplice morte del guru e qualche inchiesta. Ricordiamo infatti che, mentre chi sapeva e tentava di parlare veniva zittito, etichettato come parte del “complotto degli integralisti cattolici” per “far fuori la comune modello” in base a “calcoli politici”, proprio questi ultimi sono stati unica base della fanatica e indiscutibile (nel senso che, appunto, era vietato discuterne) difesa del suo “modello”.
Parlamentari, magistrati, sindacalisti, nomi “blasonati” come Di Pietro, Pisapia, Rosy Bindi, Susanna Camusso hanno infatti visitato la comunità nel corso degli anni; il primo scrisse addirittura un’apologetica prefazione al libro Il Forteto: storie e realtà raccontate dal medico di famiglia di Lucio Caselli (Nicomple, Firenze 1998). Ma non mancano neppure personalità legate al mondo dell’economia, come l’ex ministro del Lavoro dei governi Renzi e Gentiloni ed ex presidente della Lega delle Cooperative, Giuliano Poletti, che aveva tra le sue aziende proprio il Forteto.
Tuttavia, nella politica c’è stato chi ha saputo rompere questo muro di complicità e omertà, con coraggio e fatti alla mano.
Nel 2012 e nel 2016 furono infatti create due apposite commissioni regionali presiedute da Paolo Bambagioni (allora nel PD, oggi presidente della Commissione di Controllo del Comune di Firenze per la Lista Schmidt) scoprì inconfutabilmente che, purtroppo, di complotto non si trattava. E il caso ha voluto che Fiesoli fosse morto proprio nel giorno della fondamentale testimonianza della mamma di una delle tante vittime del Forteto.
Proprio Bambagioni, esprimendosi sulla dipartita di Fiesoli, sentenziò che con ciò si «conclude la triste vicenda della setta del Forteto. In questi giorni l’azienda ha cambiato proprietà dopo che anche gli ultimi tentativi di gestirla per interposta persona sono falliti». «Nella sua malvagità – aggiunse – Fiesoli ha condizionato la vita di molti e non ha voluto chiedere perdono alle vittime; anzi, ha negato fino in fondo le nefandezze compiute, tacendo sulle coperture avute negli anni» (5). Queste coperture, peraltro, non beneficiarono soltanto i membri della setta, ma gli stessi magistrati che chiusero un occhio: come ha rivelato Ornella Galeotti in sede di Commissione parlamentare d’inchiesta sugli abusi del Forteto, costoro non soltanto non sono stati né destituiti né puniti in alcun modo; al contrario, molti hanno fatto carriera nonostante il tanto «materiale serio» rinvenuto al riguardo e, naturalmente, a lei personalmente hanno tolto il saluto per aver tolto costei il velo di Maya su questo sottobosco (6). Tra questi, macabra curiosità, si annovera il nuovo e contestatissimo Garante per l’infanzia della Regione Toscana, Stefano Scaramelli, visto addirittura alla festa del 18° compleanno di uno dei ragazzi affidati alla comunità (7).
Tutto ciò non ha comunque impedito la proverbiale beffa oltre al danno: ai familiari delle vittime, infatti, non è stato corrisposto alcun risarcimento (8), fatta salva una somma di 600.000€ devoluta a una di queste dal Comune di Vicchio a seguito di condanna, da parte del Tribunale di Genova, per mancata vigilanza da parte degli assistenti sociali suoi dipendenti (9). Subito in allarme, il centrodestra del vicino Comune di Dicomano ha ammonito, non ingiustamente, a «non scaricare il peso dei risarcimenti sui cittadini» (10). Fatto sta che, come ha fatto notare Bambagioni rifacendosi alle carte, la liquidazione del Forteto è stata scientemente voluta dalla setta stessa sin dal 2020, nascostisi i suoi membri dietro la “difesa dei posti di lavoro” per evitare il commissariamento e facendo così fallire l’attività, onde evitare qualunque obbligo di compensazione (11). Per contro, la RSA dove Fiesoli, pure ai domiciliari, ha esalato l’ultimo respiro era pagata con soldi pubblici, per un totale di 5.000€ annuali (12), il tutto mentre sul sito dell’Unione dei Comuni il Forteto ha continuato a essere definito, fino a tempi recentissimi, «un’eccellenza del territorio» (13). Svista o convinzione sincera? Questo non è dato saperlo. Ma vista la situazione in tema di violenze, dentro e fuori le mura di qualunque tipo, il dubbio è più che lecito.

