Un omaggio alle 2977 vittime (e a quelle successive) delle Torri Gemelle
L’11 settembre 2001 è una data spartiacque della storia moderna; una di quelle in cui tutti ricordiamo dove eravamo e cosa facevamo ma forse, a 25 anni di distanza, dovremmo avere il coraggio di spostare per un momento lo sguardo dalle torri alle persone.
Possiamo continuare a discutere all’infinito di complotti, servizi segreti, esplosivi, responsabilità politiche, omissioni, documenti secretati e verità mai completamente chiarite. Possiamo continuare a credere a chi vogliamo, a dividere il mondo fra chi è certo della versione ufficiale e chi vede dietro ogni maceria una regia occulta.
Possiamo persino trasformare l’11 settembre nell’ennesimo campo di battaglia culturale e politico, discutendo del sindaco musulmano di New York, delle sue posizioni, delle sue frequentazioni e delle proteste di alcune famiglie delle vittime che addirittura non lo volevano alle celebrazioni ma c’è una cosa che dovrebbe mettere tutti d’accordo: l’11 settembre non è finito l’11 settembre 2001.
Quel giorno morirono quasi 3.000 persone, 2977 per l’esattezza solo all’interno delle torri gemelle, ma negli anni successivi altre persone hanno continuato ad ammalarsi e a morire per le conseguenze dell’esposizione alla polvere, al fumo, ai detriti e alle sostanze tossiche sprigionate dal crollo delle torri e dall’incendio di Ground Zero.
Vigili del fuoco, soccorritori, poliziotti, lavoratori, volontari, residenti e semplici passanti. Persone che quel giorno erano lì per salvare, aiutare, lavorare o semplicemente vivere la propria vita normale.
È questa una delle parti meno spettacolari dell’11 settembre e meno narrate e ricordate. Non ci sono immagini in diretta, non ci sono gli aerei che colpiscono grattacieli, non ci sono le torri che collassano su se stesse davanti alle telecamere.
Ci sono diagnosi, protocolli sanitari rigidissimi e quasi segreti, tumori, malattie respiratorie, danni oculari, disturbi cronici.
Famiglie che, anni dopo ricevono una telefonata che nessuno vorrebbe mai ricevere e persone che vivono con la spada di Damocle di sapere che il proprio destino è stato scritto quel giorno e ci sono morti che non abbiamo contato quel giorno perché ancora non erano morti.
Questa forse è la domanda più scomoda da fare a 25 anni di distanza.
Non soltanto chi fece cosa, non soltanto perché caddero le torri, non soltanto chi sapeva e quando lo sapeva.
Dobbiamo domandarci solo che cosa è stato fatto negli anni successivi per quelle persone. Le vittime dell’11 settembre 2001 condannate a un’agonia lunga anni e decenni.
Perché mentre continuiamo a discutere su internet e sui social se le torri siano state abbattute da un complotto, da esplosivi piazzati nei piani, dai servizi segreti di chissà chi o da una fantomatica regia planetaria, la realtà è molto meno cinematografica e molto più dolorosa.
La polvere non aveva bisogno di un complotto per essere tossica e le malattie non hanno bisogno di una teoria ma solo di una diagnosi per esistere.
Dopo 25 anni, forse è arrivato il momento di raccontare questa pagina poco nota e che si perpetua fino ad oggi e smettere di usare i morti come argomento per dimostrare di avere ragione.
Le 2977 vittime non sono una prova da esibire in una discussione. Sono persone che sono morte e soprattutto sono persone anche quelle che sono morte dopo.
Ci sono quelli che non abbiamo visto cadere dai grattacieli in quella calda mattina americana e che non sono entrati nelle fotografie dell’11 settembre.
Sono quelli che non abbiamo contato quella mattina perché stavano ancora respirando, ma che contiamo, come in un count down, ogni giorno da quel giorno.
A 25 anni mi sento solo di dire che di quell’11 settembre non chiediamoci soltanto perché le torri siano cadute e non limitiamoci al ricordo a ground zero, di quelle 2977 vittime chiamate e ricordate una ad una.
Chiediamoci quante persone abbiamo continuato a perdere, giorno dopo giorno da quando sono cadute.

