Tramvia a Campo di Marte, 6.500 firme contrarie e tante promesse inevase: la fiducia dei cittadini è ai minimi

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Dopo gli annunci di luglio e settembre, la nuova scadenza è dicembre. Intanto restano aperti i nodi della linea precedente e cresce la mobilitazione dei residenti, che hanno già raccolto oltre 6.500 firme

 

A Campo di Marte la tramvia non è ancora arrivata, ma la pazienza dei residenti sembra già essere arrivata al capolinea. E i due articoli pubblicati oggi dal Corriere Fiorentino restituiscono una fotografia che Palazzo Vecchio dovrebbe leggere con una certa attenzione: dietro la mobilitazione contro il taglio degli alberi e le preoccupazioni per i futuri cantieri c’è una questione ben più grande, quella della fiducia ormai compromessa nella capacità dell’amministrazione di programmare, mantenere gli impegni e gestire le trasformazioni della città. Perché il problema, a ben vedere, non è soltanto quello che il Comune si appresta a costruire, ma anche tutto quello che avrebbe dovuto realizzare e che ancora aspetta una risposta.

Il quartiere si prepara a convivere con tramvia, stadio e passante ferroviario, una concentrazione di interventi destinata a modificarne profondamente l’assetto. Tutto insieme, o quasi, dopo anni nei quali, come raccontano gli stessi residenti, molte questioni sono rimaste irrisolte. E adesso si chiede ai cittadini di affrontare un’altra stagione di cantieri, disagi e incertezze, confidando nella capacità di un’amministrazione che non ha esattamente brillato per puntualità e programmazione. Le testimonianze raccolte dal quotidiano sono eloquenti. C’è il parcheggio da 3.000 posti negli spazi ferroviari di via Campo d’Arrigo, atteso come una risposta concreta alla cronica carenza di sosta, ma ancora condizionato dalle interferenze con i lavori del passante Tav. C’è il sottopasso ciclopedonale della stazione di Campo di Marte, tante volte promesso e mai realizzato, che avrebbe potuto contribuire a ridurre l’invasione di auto e motorini durante le partite. C’è il parco, ci sono le richieste di una ZTL viola e di controlli più efficaci sulla sosta selvaggia. Un elenco che racconta una realtà poco compatibile con la narrazione di una città che cambia grazie a una programmazione attenta e lungimirante.

E mentre i residenti fanno il conto delle promesse non mantenute, Palazzo Vecchio sembra avere fretta di aprire un nuovo capitolo. L’ultimo articolo del Corriere indica dicembre come possibile data di avvio dei cantieri della linea Libertà-Rovezzano, dopo che le precedenti previsioni avevano indicato luglio e successivamente settembre. Cinque mesi di ritardo rispetto alla prima tabella di marcia, dunque, che si vorrebbero recuperare facendo affidamento sulla maggiore disponibilità di manodopera delle imprese impegnate nella linea Libertà-Bagno a Ripoli, ormai prossima alla conclusione. E qui si apre un interrogativo tutt’altro che secondario. Si vuole davvero partire a dicembre perché tutte le condizioni progettuali e amministrative sono finalmente mature oppure si sta cercando di imprimere un’accelerazione per recuperare il ritardo accumulato, sfruttando la disponibilità di operai che si libereranno dagli altri cantieri?

Il sospetto è che la fretta di partire sia diventata una priorità anche per un’altra ragione: la mobilitazione dei residenti e il successo numerico della raccolta firme, che ha ormai superato quota 6.500 sottoscrizioni e punta alle 7.000. Un risultato che evidentemente non può passare inosservato e al quale l’amministrazione sembra voler rispondere anche accelerando i tempi del nuovo intervento. Ma la pressione dell’opinione pubblica non può diventare il motivo per comprimere verifiche, autorizzazioni e programmazione. Del resto, parlare di conclusione imminente della linea 3.2.1 richiede già una certa dose di ottimismo. I cantieri sono ancora presenti e soprattutto resta il capitolo del ponte da Verrazzano, sul quale continuano a pesare interrogativi tutt’altro che marginali. Si discute di interventi importanti, di soluzioni progettuali e di costi, ma tempi effettivi di avvio, durata e modalità dei lavori restano un’incognita. Insomma, si conta di liberare maestranze dai cantieri della linea precedente mentre proprio uno dei suoi nodi più delicati non ha ancora un orizzonte temporale sufficientemente chiaro. Una programmazione impeccabile, verrebbe da dire, se non fosse che siamo a Firenze.

E non è l’unico elemento che meriterebbe maggiore chiarezza. Il sottopasso ferroviario tra viale Don Minzoni e viale dei Mille richiederà, secondo quanto riportato, 1.032 giorni di lavori e potrà partire soltanto una volta liberati i viali dai cantieri della linea per Bagno a Ripoli. Un’opera condizionata da un’altra opera, in una città dove la sovrapposizione degli interventi sembra ormai diventata una caratteristica strutturale della gestione dei lavori pubblici. Sul fronte ambientale, intanto, arriva la nuova promessa verde. Su 1.526 alberi censiti lungo il tracciato, 428 dovranno essere abbattuti e 506 ripiantati, con un saldo positivo iniziale di 78 esemplari. Palazzo Vecchio annuncia ora una variante che dovrebbe incrementare di centinaia di unità il bilancio delle nuove piantumazioni. Benissimo, ma prima di trasformare il saldo degli alberi in uno slogan rassicurante sarebbe opportuno spiegare dove verranno piantati, con quali caratteristiche e soprattutto con quali garanzie di sopravvivenza. Perché un albero adulto che garantisce ombra, assorbimento degli inquinanti e qualità paesaggistica non si sostituisce con una giovane pianta semplicemente aggiornando una tabella. Il verde non è una partita doppia nella quale basta far tornare i conti.

C’è poi la questione economica e commerciale, che dovrebbe aver insegnato qualcosa dall’esperienza di viale Europa. Dietro ogni cantiere ci sono attività, lavoratori e famiglie. Gli sgravi sulla Tari possono rappresentare un aiuto, ma non compensano automaticamente mesi o anni di perdite, né garantiscono che un’attività riesca a sopravvivere. Continuare a intervenire sui quartieri senza predisporre prima soluzioni concrete per la viabilità, la sosta e la tutela del commercio significa scaricare sui cittadini e sulle imprese una parte consistente del costo delle scelte amministrative. Il punto, dunque, non è stabilire chi sia favorevole o contrario alla tramvia. È perfettamente legittimo discutere l’utilità dell’opera, le sue alternative e il suo impatto. Ma è altrettanto legittimo pretendere che un intervento di questa portata sia accompagnato da risposte concrete sui problemi che il quartiere vive già oggi.

Le oltre 6.500 firme raccolte non possono essere archiviate come il capriccio di qualche residente nostalgico del proprio viale. E nemmeno liquidate con l’annuncio di qualche centinaio di nuove piantumazioni. Sono un segnale politico e amministrativo che merita risposte, non operazioni di facciata. Alla fine, la vicenda di Campo di Marte mette a nudo un problema che riguarda molto più di una linea tranviaria: a Firenze si continua a parlare di grandi trasformazioni senza riuscire a dimostrare una capacità altrettanto grande di programmarle. Si annunciano date che slittano, si rincorrono ritardi, si sovrappongono cantieri e si cercano soluzioni quando i problemi sono ormai diventati evidenti. Poi, quando arriva la protesta, si corre ai ripari con nuove varianti, promesse e rassicurazioni. Il rischio è che la fretta di inaugurare un nuovo cantiere finisca per sostituire la capacità di governare quello precedente.

A Campo di Marte non si chiede necessariamente di fermare il futuro. Si chiede di non ritrovarsi a pagare il prezzo di un futuro progettato senza aver prima sistemato il presente. E forse Palazzo Vecchio dovrebbe partire proprio da qui: prima di chiedere ai cittadini un altro atto di fiducia, dovrebbe dimostrare di meritarselo. Perché le opere pubbliche possono anche viaggiare sui binari, ma la programmazione, a Firenze, sembra ancora ferma al capolinea.