Anche a Sambuca (Pistoiese) non va tutto bene: migliaia senza medico di base. La priorità? I contraccettivi. È questa la sanità “di prossimità” di Giani?

Monia Monni, assessore alla sanità regione toscana

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Migliaia di toscani senza medico di base e una sanità regionale che, mentre svuota le aree interne, sposta il dibattito pubblico sull’estensione dei contraccettivi gratuiti anche alle tredicenni.

 

Il caso di Sambuca Pistoiese – 1400 abitanti rimasti senza medico di famiglia da oltre mille giorni – è solo la punta visibile di un sistema che nelle aree periferiche sta progressivamente arretrando.

Una Toscana che continua a definirsi “eccellenza sanitaria” approva intanto una nuova delibera regionale: accesso gratuito ai metodi contraccettivi ampliato, con abbassamento da 14 a 13 anni dell’età minima nei consultori pubblici. Un programma presentato come tra i più “avanzati” d’Italia.

Da ora, ragazzi e ragazze tra i 13 e i 25 anni possono accedere gratuitamente – anche i minorenni senza prescrizione del medico di base – a consulenze e dispositivi contraccettivi: pillola, cerotto, anello vaginale, dispositivi intrauterini, impianti sottocutanei, preservativi e contraccezione d’emergenza.

Una misura che, sul piano sanitario e sociale, è il benvenuto perché punta alla prevenzione anche delle malattie sessualmente trasmissibili, ma che politicamente diventa il simbolo di una distanza sempre più evidente tra la programmazione regionale e la realtà dei territori.

Mentre si abbassa l’età dei beneficiari dei nuovi servizi, in molte zone della Toscana il problema non è l’accesso ai consultori ma l’assenza del medico di famiglia.

Sambuca Pistoiese ne è l’esempio più netto: quattro anni senza un medico stabile. Oltre mille giorni senza assistenza continuativa. Un territorio che ha visto fallire nel 2025 il tentativo del Progetto Sambuca Pistoiese”, senza nemmeno rispondere alla petizione da oltre 2.000 firme. Ma Sambuca non è un’eccezione. È un segnale.

Dall’Alto Mugello (Marradi, Palazzuolo sul Senio) alla Lunigiana, dall’Amiata fino alle aree più isolate della provincia di Grosseto; lo schema si ripete: medici insufficienti, bandi che restano deserti, ambulatori temporanei e cittadini costretti a spostarsi per decine di chilometri anche per una semplice prescrizione. Una sanità di prossimità che, nei fatti, si allontana.

La risposta istituzionale punta sulle Case di comunità finanziate dai fondi PNRR indicate come nuovo perno dell’assistenza territoriale. Peccato che molte di queste strutture risultano inaugurate davanti alla stampa ma ancora non operative e secondo diversi amministratori locali, non potranno comunque mai sostituire la presenza quotidiana del medico di base nei piccoli comuni.

Il nodo centrale resta però numerico e strutturale. Secondo la Fimmg Toscana mancano circa 122 medici di famiglia. La Fondazione Gimbe stima una carenza ancora più ampia: 394 medici mancanti (dato 2025). Tradotto in capacità assistenziale, significa – applicando lo standard di circa 1 medico ogni 1.200 assistiti – una potenziale scopertura teorica di circa 470mila cittadini. Un numero che non descrive persone completamente prive di assistenza, ma una condizione diffusa: liste saturate, medici sovraccarichi, ambulatori ridotti, servizi sostitutivi.

È qui che il paradosso diventa politico prima ancora che sanitario.

Da una parte una Regione che rivendica un modello avanzato di welfare sanitario e amplia l’accesso ai servizi per i più giovani. Dall’altra una Toscana interna dove la questione non è l’estensione dei diritti, ma la loro accessibilità minima.

La “Toscana felix” della sanità resiste nelle narrazioni ufficiali. Nei territori, sempre più spesso, resta solo una definizione.