Tagliare siepi, eliminare nascondigli e rimuovere giochi non significa riqualificare un parco: significa restringere lo spazio pubblico per adattarlo all’incapacità di governarlo.
Mentre Madrid, Vienna e Monaco valorizzano i propri grandi parchi urbani, Firenze continua a rincorrere l’emergenza senza una visione capace di restituire sicurezza, decoro e vivibilità.
Sulle pagine de La Nazione di oggi si consuma il classico ossimoro fiorentino: da un lato una narrazione infarcita di percentuali confortanti, dall’altro la viva voce di chi le Cascine le vive davvero e non riesce a riconoscerle in quei bilanci da prima pagina. Il reportage che celebra il calo del 43% dei reati e la presunta «pulizia» di alcune aree strategiche merita una riflessione profonda, che parte da una doverosa e ferma premessa: l’operato delle forze dell’ordine, e in particolare del reparto antidegrado della Polizia Municipale (la PolCascine), è encomiabile. A questi agenti, che lavorano quotidianamente in prima linea con professionalità e spirito di servizio in un contesto borderline, va il ringraziamento e la gratitudine di tutta la cittadinanza. Il problema non sono loro, che fanno i salti mortali in trincea; il problema è l’illusione politica che i numeri possano cancellare il degrado reale e la sostanziale resa dell’amministrazione comunale.
La realtà che viviamo sulla nostra pelle, infatti, racconta tutt’altro scenario rispetto ai bollettini ufficiali. Chi frequenta il parco all’alba per correre o per spostarsi verso il lavoro assiste a uno spettacolo ben lontano dalla tanto decantata normalità. Non è affatto vero che la zona attorno alla fermata della tramvia sia costantemente «pulita» e sotto controllo. Passare la mattina presto da quelle parti significa fare la gimkana tra borsoni e valigie sventrate — chiaro provento di furti e spaccate notturne —, cumuli indefiniti di spazzatura, cartoni trasformati in giacigli, residui di cibo in decomposizione e i resti inequivocabili del consumo di crack. Pipette, alluminii e flaconi sparsi ovunque sono la firma tangibile di ciò che accade poche ore prima, quando il calare del sole trasforma l’intera area in una vera e propria terra di nessuno. In certi orari avvicinarsi è semplicemente impossibile, oltre che estremamente pericoloso: le notti alle Cascine sono scandite da risse furibonde, urla, bottigliate e aggressioni che vedono spesso coinvolte anche ragazze giovanissime.
Ma il degrado si estende ben oltre le zone illuminate o quelle battute dai flash della cronaca quotidiana. Basta spostarsi di poche decine di metri per toccare con mano un degrado endemico che le operazioni di facciata non riescono nemmeno a scalfire. Sotto il ponte della tramvia in Piazza Paolo Uccello i bivacchi sono stabili, e la mattina portano i segni evidenti di affrettati consumi di stupefacenti e di sbrigativi rapporti sessuali consumati nel degrado più assoluto. Lo stesso vale per tutta la fascia che costeggia il Fosso Macinante, un’area sistematicamente ignorata dai report rassicuranti. Lì si cammina tra siringhe usate, alloggi di fortuna fatti di stracci e profilattici usati. È il teatro di una prostituzione cupa e drammatica, le cui vittime sono ragazze tossicodipendenti schiave due volte: prima dalla sostanza che le consuma, poi dagli aguzzini e dagli spacciatori che le controllano, le riforniscono e inviano loro i clienti, nell’indifferenza generale di un sistema che sembra aver accettato questo scempio come male inevitabile.
Di fronte a questo dramma sociale e di sicurezza, la risposta dell’amministrazione è sconcertante nella sua inefficacia. Tagliare le siepi e le fronde degli alberi per «togliere i nascondigli» o aggiungere un punto luce qua e là non sono vittorie della legalità: sono la certificazione formale di una sconfitta. Radere al suolo il verde perché la politica non sa come presidiarlo equivale a confessare l’incapacità di gestire il territorio.
E il simbolo supremo di questa resa incondizionata ha un nome ben preciso: il progetto “#parcofigata”. Voluto ai tempi di Renzi e costato oltre 100.000 euro di soldi pubblici dei cittadini fiorentini, doveva rappresentare il fiore all’occhiello della riqualificazione a misura di famiglie e bambini. La realtà oggi è sotto gli occhi di tutti: da più di un anno l’area è stata totalmente smantellata. Non solo sono state tolte le recinzioni, ma sono stati rimossi persino i giochi per i bambini. Smantellare un parco giochi destinato all’infanzia come ultima ratio per evitare che diventi covo di spacciatori e consumatori di crack è un atto di una gravità sconcertante. Togliere le altalene pur di non dover combattere la criminalità significa cedere ufficialmente il passo al degrado, ammettendo che i pusher hanno vinto e i bambini hanno perso.
Mentre nelle grandi capitali europee i parchi storici cittadini rappresentano il vanto dell’urbanistica e della vivibilità quotidiana — basti pensare al Parco del Retiro a Madrid, al Prater di Vienna o all’Englischer Garten di Monaco, spazi immensi perfettamente gestiti, sicuri e fruibili a qualsiasi ora da famiglie e sportivi —, a Firenze assistiamo a un fallimento politico che si trascina ormai da decenni. È il Comune l’unico e solo artefice di questo abbandono sistematico: un’amministrazione incapace di progettare una vera visione di città, che preferisce scaricare le responsabilità sul nazionale o rifugiarsi in maquillage di facciata. Continuare a smantellare i parchi per non doverli governare è la prova regina di un’incapacità gestionale cronica. Le Cascine non sono cadute nel degrado per caso, ma per effetto diretto di decenni di scelte sbagliate, omissioni e capitolazioni politiche firmate sempre da chi ha governato e governa Palazzo Vecchio.



