Dieci strade-giardino sulla carta e la motosega nella realtà: l’ennesima favola verde di Palazzo Vecchio

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Palazzo Vecchio annuncia dieci future strade-giardino ispirate da Stefano Mancuso, ma mentre i progetti restano ancora da individuare gli alberi esistenti vengono abbattuti nei cantieri della tramvia

 

Un’altra estate record volge al termine lasciando la città incandescente, ed ecco puntuale la solita cura di parole con cui Palazzo Vecchio prova a rinfrescare gli animi, se non proprio il microclima. L’amministrazione Funaro rispolvera il registro dei grandi annunci d’autore e lancia l’ennesimo piano da spolverare sulla carta: dieci suggestive “strade-giardino”, nate dal genio scientifico di Stefano Mancuso, destinate a trasformare l’asfalto in oasi di ombre profumate e pietra drenante.
Visioni futuribili di una città rigenerata e la solita promessa di percorsi partecipati con i cittadini che dovrebbero, a sentire la giunta, “scegliere insieme” il destino del proprio quartiere. Ma basta grattare via l’argentea patina dei comunicati per ritrovare l’ormai stancante realtà di una politica cittadina che vive e prospera esclusivamente di narrazione. Di concreto, in mano ai fiorentini, restano solo le parole. Nessun indirizzo preciso, nessuna indicazione chiara di dove questi meravigliosi filari dovrebbero sorgere. Si parla genericamente di due percorsi per ciascun quartiere, in un vago esercizio stilistico proiettato al 2029, mentre la quotidianità delle vie reali affoga nel traffico e nel calore accumulato da decenni di incuria. In questo quadro idilliaco di intenti – e di pura teoria – non manca nemmeno il consueto capro espiatorio d’ordinanza: la Soprintendenza. Con una garbata ma evidente prevenzione, ci si affretta subito a mettere le mani avanti, lasciando intendere come ogni eventuale rallentamento, ogni ostacolo all’invenzione di questi corridoi verdi nel tessuto storico, sarà inevitabilmente da addebitare ai veti e alle “rigidità” di chi tutela i beni culturali. Un alibi perfetto, preconfezionato per giustificare i ritardi di un progetto che al momento non possiede nemmeno un cantiere di partenza.
Ma ciò che rende questa poesia urbana drammaticamente amara, quasi uno scherno verso la cittadinanza, è il grottesco contrasto con quello che accade davvero fuori dai palazzi del potere. Mentre si vagheggia la piantumazione di future oasi verdi da inaugurare al termine del mandato, poco più in là procede senza sosta la mattanza reale del verde esistente, sacrificato e raso al suolo per fare spazio alle colate di cemento e ai cantieri del tramvia. Ci raccontano di dieci utopiche strade alberate ancora da individuare, mentre sotto gli occhi impotenti dei residenti gli alberi storici, quelli vera fonte di ombra e riparo da decenni, cadono uno dopo l’altro sotto la scure della modernità a tutti i costi. Un sarcasmo involontario e doloroso: la Firenze di domani viene disegnata fresca, lussureggiante e sognante nei rendering dei giornali, mentre la Firenze di oggi viene sistematicamente svestita della sua ombra reale per far passare i binari. Resta così la netta e sconfortante sensazione di assistere all’ennesima operazione di maquillage comunicativo, dove i progetti futuribili servono unicamente a coprire il rumore delle seghe elettriche e la polvere dei cantieri reali.
Foto: Stefano Mancuso, Wikimedia Commons