Anziani indispensabili, eppure trattati da invisibili: la Firenze che espelle i suoi fragili
Ringrazio tutti coloro che hanno avuto la pazienza di leggere il mio articolo sugli anziani e i soggetti più fragili che vivono a Firenze e anche di commentarlo, perché spesso i commenti sono più importanti di quello che uno scrive. Io li leggo sempre con attenzione, anche quando sono critici, perché dentro un commento può esserci una testimonianza diretta, una correzione, oppure uno spunto che permette di allargare il ragionamento.
Dai commenti è emerso un primo punto importante: non esiste solo Firenze dentro le mura o dentro il perimetro comunale. Esiste la grande Firenze, la città metropolitana, la cintura esterna, i comuni intorno, il Chianti, la Piana, il Mugello, il Valdarno, le colline, le periferie, le frazioni. Molti non vengono a Firenze per shopping o turismo, ma oltre che per lavorare, per curarsi, accompagnare un genitore, raggiungere un ospedale, un ambulatorio, un hospice, un servizio pubblico.
Chi arriva da fuori, magari anziano, magari preoccupato per una visita, magari con un familiare malato accanto, spesso conosce un tragitto perché lo fa da anni. Se quel tragitto cambia, se trova cantieri, porte telematiche che non riescono neppure a comunicare chiaramente l’accesso, varchi poco visibili, scudi verdi, sensi di marcia modificati, parcheggi spariti, fermate lontane, il disagio non è teorico, diventa ansia e smarrimento. Dire “c’è la tramvia” può avere senso per alcune destinazioni, per esempio Careggi, anche se non per il Meyer, ma Firenze sanitaria non è solo Careggi. Ci sono Ponte a Niccheri, Torregalli, Santa Maria Nuova, San Felice a Ema, ambulatori e presidi diffusi.
Chi arriva dal Chianti o dalla cintura esterna non può essere costretto ogni volta a trasformare una visita medica in una caccia al tesoro urbana. Qui nasce il primo limite della visione amministrativa indicata da un lettore: Firenze sembra spesso ragionare come se il problema fosse solo il centro, o come se l’utente previsto fosse giovane, informato, connesso e capace di adattarsi rapidamente. Ma una città che accentra funzioni, ospedali, uffici, turismo, lavoro e servizi deve garantire accessibilità reale anche a chi arriva da fuori. Altrimenti considera la popolazione metropolitana solo come traffico in entrata, mentre spesso si tratta di cittadini malati, anziani, caregiver, persone che stanno semplicemente cercando di arrivare dove devono arrivare.
Quando qualcuno dice nei commenti “ma questi problemi esistono anche in altre città”, bisogna fare attenzione, perché è un’obiezione vera solo in apparenza. È come confrontare due famiglie che hanno entrambe la casa da mantenere, i figli da crescere, le bollette da pagare, il tetto da riparare e l’auto da sistemare, ma una vive con un reddito appena sufficiente a galleggiare e l’altra con un reddito molto più alto e un potere di spesa decisamente superiore. È evidente che entrambe avranno problemi, ma non possiamo giudicarle allo stesso modo se una dispone di molte più risorse per affrontarli. Firenze e Bologna, ad esempio, sono entrambe città ricche, certo, ma non partono dallo stesso livello di risorse disponibili. Firenze lo è in misura particolare, perché oltre alla normale fiscalità comunale dispone di una rendita turistica, simbolica, immobiliare e internazionale che poche città italiane possono vantare. Il turismo pesa sulla città, consuma strade, servizi, pulizia, sicurezza, trasporti e spazio pubblico, ma produce anche entrate importanti. La tassa di soggiorno, l’IMU, le concessioni, i dehor, l’occupazione del suolo pubblico, le sanzioni, l’economia generata dalla sua immagine mondiale danno a Firenze una capacità di spesa che non può essere ignorata.
E allora il paragone con Bologna diventa ancora più interessante. Bologna è amministrata da decenni dalla stessa area politica, ha problemi urbani reali e complessi, ma non dispone della stessa rendita turistica e simbolica di Firenze. Per questo Firenze non può rifugiarsi nell’alibi del “succede anche altrove”. Sarebbe come se una famiglia benestante, con molte entrate, si giustificasse dicendo che anche una famiglia con metà reddito ha il rubinetto che perde o il marciapiede davanti casa rotto. Sì, ma proprio perché hai più mezzi, ci si aspetta una manutenzione migliore, una programmazione più attenta, una maggiore capacità di prevenire i problemi invece di inseguirli sempre dopo. Il punto quindi non è negare che molti problemi siano comuni alle città italiane. Il punto è che Firenze, avendo risorse non comuni, dovrebbe offrire risposte non comuni. Se incassa come una grande capitale turistica internazionale, non può poi restituire ai suoi residenti fragili servizi da città perennemente in affanno. Quando si hanno risorse ordinarie, si può anche invocare la difficoltà ordinaria. Ma quando si hanno risorse straordinarie, diventa legittimo pretendere risultati straordinari, o almeno una città meno faticosa da vivere. Questo significa amministrare seriamente: non procedere solo per slogan, ma usare dati, ascolto e osservazione per correggere la rotta.
Ed infatti la cartina di tornasole è l’abbandono continuo della città. Quando una città diventa pesante da vivere, chi può se ne va, chi non può resta intrappolato, e chi è fragile sparisce lentamente dallo spazio pubblico. Non c’è neppure bisogno di dire “andatevene”. Basta rendere difficile restare. In questo quadro mi ha colpito molto un commento particolarmente acuto sugli anziani definiti indispensabili e invisibili. È una formula perfetta. Gli anziani accudiscono nipoti, aiutano figli, sostengono famiglie, hanno assistito genitori malati, tengono in piedi pezzi di welfare familiare che lo Stato non riesce più a garantire. Si parla spesso di inverno demografico, ma spesso sono proprio gli anziani a impedire che molte famiglie crollino sotto il peso della vita quotidiana. Eppure, quando si tratta di progettare la città, sembrano diventare un ingombro, una categoria residuale, un problema tecnico da gestire.
C’è poi un tema più antico, quasi dimenticato: l’etica del lavoro. Se un falegname costruisce una sedia che traballa, se un calzolaio consegna una scarpa che fa male al piede, se un muratore lascia un muro storto, prova vergogna davanti al giudizio di chi userà quell’oggetto. Perché sa che il suo lavoro non si misura dal progetto presentato o dalle intenzioni dichiarate, ma dall’uso concreto che qualcuno ne farà. E allora mi domando: perché questa vergogna sembra sparire quando si parla di città? Possibile che nessuno senta il peso del lavoro fatto male? Oppure, cosa ancora più grave, possibile che non se ne renda nemmeno conto? L’artigiano risponde dell’oggetto che consegna. Chi amministra dovrebbe rispondere della città che consegna ai cittadini. E allora sì, Firenze può chiamarsi smart, sostenibile, inclusiva, digitale, attrattiva. Può presentarsi al mondo come città del Rinascimento, della bellezza e dell’intelligenza urbana. Ma la domanda resta molto più semplice: Firenze è ancora abitabile per chi è debole? E, a dire tutta la verità, cominciano ad accorgersene perfino i turisti. Perché una città diventata difficile per chi la abita diventa complicata anche per chi la visita.

