FOCUS LFCV | Per il business dell’immigrazione si falsificano anche i certificati medici. Funaropoli non ne è immune

CPR

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Non ha ancora raggiunto una conclusione la polemica, seppur attualmente placatasi, sul CPR di Aulla, che in questi giorni si sono scoperti altarini riguardanti proprio queste strutture, o meglio, la truffa dei certificati medici falsificati per evitarvi il trasferimento dei migranti in questione.

La Procura di Ravenna ha avviato indagini su 23 professionisti, di cui 21 infettivologi e 2 psichiatri, in diverse città italiane, tra cui Bari, Ferrara, Bologna, Rimini, Matera, Biella, Roma, Livorno, Milano e una dottoressa anche qui da noi a Firenze (1). Soltanto uno di questi risulta indagato, ma le perquisizioni hanno coinvolto tutti (2) e vi sono stati rinvenute attestazioni mendaci circa l’invenzione o l’esagerazione di insorgenze patologiche quali tubercolosi e scabbia onde impedire l’internamento dei diretti interessati nel CPR e il conseguente rimpatrio.

La motivazione ideologica dietro a questa gigantesca operazione di falsificazione emerge lampante dalle chat tra i medici: tra chi vuole fare «il culo a ‘sti sbirri maledetti», esultanze per le “non idoneità” comminate e chi preferisce farsi radiare «piuttosto che mandare qualcuno in un CPR» (3), sacrosanta e scontata la richiesta, da parte di Forza Italia e Fratelli d’Italia, di accertamenti alla Regione circa le non idoneità reali e quelle conferite per gli effetti di tali inganni (4) (la proporzione, sospetta, è di 7 inidoneità ogni 10 [5]), insieme a una legittima radiazione (6) con annesso risarcimento danni (7), ma che hanno visto l’inspiegabile solidarietà della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici e degli Odontoiatri (8).

L’unico indagato, l’infettivologo Nicola Cocco, vede a suo carico accuse piuttosto pesanti: la Procura gli contesta infatti l’ipotesi di associazione a delinquere finalizzata alla formazione di falsi certificati per impedire i rimpatri, mentre le altre posizioni sono ancora al vaglio di quella che, va notato, è il nuovo capitolo di un’inchiesta già aperta nei mesi scorsi sempre a Ravenna, dove otto medici, all’epoca in servizio nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci, erano stati indagati per falso e interruzione di pubblico servizio in relazione a 34 certificati ritenuti contraffatti dagli investigatori. Identica l’accusa: la documentazione avrebbe attestato condizioni sanitarie tali da rendere i cittadini stranieri non idonei al trattenimento nei CPR. Per tre degli otto medici era arrivata anche un’interdizione della durata di dieci mesi; per gli altri era stato disposto il divieto di occuparsi di questo tipo di certificazioni.

È partendo da quella prima inchiesta che gli investigatori sono arrivati a una rete più ampia di professionisti e oggi sono entrati negli studi e nelle abitazioni dei medici adesso perquisiti, privi tuttavia di precedenti penali (9).

Dopo lo scandalo emerso, e da noi fatto risaltare con tutta la chiarezza dovuta, con i dispositivi di protezione individuale ai tempi del Covid (10), è giunto il momento di fare luce anche sul ruolo delle convinzioni ideologiche nella già martoriata sanità toscana, che troppo spesso criminalmente mascherano violazioni consapevoli e coscienti del Giuramento di Ippocrate a beneficio del tornaconto politico e personale di falsi professionisti disposti a tutto per un aumento in busta paga o, come colleghi più famosi di loro hanno già dimostrato, per un posticino nella politica sempre meno politicata e sempre più politicante.

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