La Regione Toscana lancia la legge contro le isole di calore, ma il banco di prova è Firenze, ormai sempre più cementificata: il ritratto perfetto della schizofrenia climatica della politica toscana
La Regione Toscana annuncia trionfalmente una legge per la “rigenerazione verde” delle città: più parchi, più giardini, meno asfalto e pietra che si surriscaldano, più alberi a difesa della salute collettiva contro le ondate di calore. Un provvedimento che, nelle intenzioni, sembra scritto pensando a queste giornate di giugno in cui attraversare i viali di circonvallazione a Firenze è diventat una prova di resistenza fisica: isole di calore, l’asfalto che ribolle, i marciapiedi trasformati in piastre radianti.
È una narrazione potente: la Toscana delle “green cities” che, per legge, impone ai Comuni un cambio di paradigma urbano. Poi però si guarda a Firenze, laboratorio (o piuttosto contro‑laboratorio) di questa transizione, e la fotografia cambia drasticamente. Sulle nuove linee della tramvia – Libertà‑Bagno a Ripoli, Libertà‑Rovezzano, prolungamenti verso Piagge e Campi Bisenzio – i numeri parlano chiaro: si prevedono 1.150 alberi da abbattere sui viali di circonvallazione per far spazio a binari, banchine e opere accessorie.
Per la sola tratta Libertà‑Bagno a Ripoli, il Comune ha messo nero su bianco 507 alberi da rimuovere e 1.330 da ricollocare, con un saldo dichiarato positivo di oltre 800 piante. Nella comunicazione ufficiale il messaggio è rassicurante: “alla fine avremo più alberi di prima”. Ma il punto non è – non solo – il saldo contabile di tronchi a bilancio. Il punto è che per almeno una generazione di fiorentini la transizione verde si traduce in cantieri che azzerano filari maturi e in nuovi alberelli gracili, lontani dall’offrire la stessa ombra, la stessa capacità di mitigare il caldo, la stessa protezione per chi cammina o pedala lungo i viali. Un pino o un platano che oggi protegge interi marciapiedi non si sostituisce con una pianta giovane che impiegherà decenni a diventare scudo climatico.
La legge regionale invoca “parchi e giardini al posto dell’asfalto che si surriscalda”; il cantiere tramviario, nei fatti, sostituisce verde maturo con infrastruttura rigida al centro delle carreggiate. È qui che la contraddizione esplode. Se prendiamo sul serio la bozza di legge toscana, i viali fiorentini dovrebbero essere il primo terreno di applicazione dei suoi principi: più suolo permeabile, filari intoccabili come infrastruttura climatica primaria, incremento delle chiome ombreggianti proprio lungo le direttrici di traffico e di mobilità dolce.
Invece le zone più esposte alla canicola – lungarno Colombo, viale Matteotti, l’asse verso Bagno a Ripoli, Viale del Mille – sono quelle dove si è scelto di concentrare gli abbattimenti più pesanti. Si taglia oggi laddove domani la stessa Regione dice di voler “rigenerare” con il verde.
Il Comune, dal canto suo, rivendica correzioni in corsa e mitigazioni progettuali. Sulla linea Libertà‑Rovezzano parla di mantenimento del 72% delle alberature esistenti, di varianti che rialzano la sede tramviaria di 20–30 centimetri per salvare le radici, di ripiantumazione del 100% delle piante abbattute. Sono aggiustamenti non irrilevanti, figli anche delle proteste di comitati e associazioni, ma che non cambiano la sostanza: lungo le nuove linee continuano a sommarsi centinaia di abbattimenti di alberi sani in nome di un’infrastruttura che si proclama “verde” perché elettrica, ma che resta fisicamente dura, impermeabile, esposta.
Sul piano politico, la frattura è evidente. Da un lato la Regione di Giani che si veste da campione della lotta al caldo, annunciando una legge‑manifesto sulla forestazione urbana e perfino un premio annuale al progetto più virtuoso di rigenerazione verde. Dall’altro il Comune che da anni difende la grande operazione tramviaria raccontando un futuro con “più alberi di quanti ne siano stati tagliati”, ma sempre a partire dal sacrificio dei filari esistenti. È il classico cortocircuito del centro‑sinistra: ambientalismo nei comunicati stampa, urbanistica d’asfalto nei piani esecutivi.
La domanda, per Firenze, è quasi ovvia ma esplosiva: la nuova legge regionale sarà applicata prima di tutto ai cantieri della tramvia, oppure verrà accuratamente tenuta alla larga dal “progetto bandiera” del capoluogo? Se davvero la norma vorrà dire qualcosa, dovrà tradursi in vincoli concreti: revisione dei piani di abbattimento, valutazioni microclimatiche comparate tra scenari con filari integri e scenari con sostituzioni, rimodulazione dei tracciati nelle tratte più delicate, obbligo di proteggere alcune dorsali verdi come infrastruttura strategica alla pari del binario.
Altrimenti, la “città più verde per legge” rischia di diventare l’ennesima foglia di fico, mentre sul fronte vero del cambiamento – i grandi assi urbani, i viali, i lungarni – continuerà indisturbata la marcia delle motoseghe accompagnata dalla rassicurazione: “tanto poi ripiantiamo”. Firenze, che si vende come città‑modello per la mobilità sostenibile, è il banco di prova perfetto. Qui la Regione può decidere se la sua legge sul verde è un atto politico reale o solo una scenografia. Può imporre che la prossima variante alla tramvia nasca non più dal principio “prima il tracciato, poi si vede cosa salvare”, ma dall’opposto: prima si dichiarano intoccabili i corridoi di alberi che difendono la città dal caldo, poi si adatta ad essi il progetto dell’infrastruttura. Se questo ribaltamento non avverrà, resterà un’immagine difficile da cancellare: da una parte la conferenza stampa sul “verde obbligatorio”, dall’altra gli stessi cittadini che, uscendo di casa, trovano i tronchi dei loro filari storici allineati sull’asfalto bollente. In mezzo, la distanza tra ciò che si scrive nelle leggi e ciò che si fa sulle strade.
