Gli abbracci di Giuda: quando la solidarietà alle donne diventa selettiva

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Quando la solidarietà con le vittime ha un peso diverso a seconda dell’etnia del carnefice

 

Di Francesca Caroti

Lo dico da donna, prima ancora che da cittadina. Ci sono abbracci che commuovono. E poi ci sono abbracci che, guardandoli attentamente, sembrano soltanto fotografie da dare in pasto alla comunicazione politica. Seguendo la politica fiorentina da tanti anni, ormai ho imparato a guardare oltre la fotografia, oltre la dichiarazione ufficiale, oltre la retorica. E alcuni di questi abbracci mi ricordano sempre più quelli di Giuda.

Perché la vera solidarietà non si misura davanti alle telecamere. Si misura quando nessuno guarda. Si misura nel modo in cui si affrontano i fatti, nella fermezza con cui si condanna una violenza, nel coraggio di chiamare le cose con il loro nome, nel modo in cui vengono trattate tutte le vittime, senza distinzioni.

E qui arriva la domanda che mi tormenta: perché davanti alla violenza contro una donna non percepisco sempre la stessa indignazione istituzionale?

Pochi giorni fa, una ragazza americana è stata vittima di una violenza gravissima ad opera di un commerciante pakistano. E mi domando: dov’è lo stesso sdegno? Dove sono le prese di posizione? Dove sono le parole forti di chi rappresenta la città?

Non sto dicendo che una vittima debba essere strumentalizzata politicamente. Sto dicendo l’esatto contrario: non deve esistere una vittima di serie A e una di serie B. E non deve esistere neppure un carnefice che, per ragioni politiche, ideologiche o di convenienza, susciti più indignazione di un altro. Un assassino italiano fa scalpore. Un aggressore straniero sembra generare un imbarazzante silenzio. Se questa percezione è sbagliata, allora qualcuno abbia il coraggio di spiegarmelo.

Faccio fatica ad accettarlo. E faccio ancora più fatica ad accettare una politica che, quando le conviene, sembra dimenticare ciò che invece dovrebbe essere il suo principio fondamentale: la vittima viene prima dell’ideologia. Prima delle appartenenze. Prima delle convenienze elettorali. Prima del consenso. Prima del politically correct. Una donna vittima di violenza non dovrebbe mai chiedersi: “Se il mio aggressore fosse stato un altro, avrei ricevuto più attenzione?” Questa domanda, in una società civile, non dovrebbe nemmeno esistere.

E quindi sì, continuerò a guardare con attenzione questi abbracci. Perché un abbraccio può essere solidarietà. Ma può anche essere soltanto una fotografia. Solo comunicazione. Solo immagine. Solo fuffa. E quando dietro l’abbraccio non ci sono coerenza e fatti, permettetemi di dirlo: quell’abbraccio non mi rappresenta.