La ricetta del Soviet Fiorentino: turbocapitalisti con gli immobili pubblici (vedi Montedomini), collettivisti con le case dei fiorentini

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Patrimonio pubblico ai colossi degli affitti brevi e censimento delle case private dei fiorentini: ecco il doppio standard della politica abitativa fiorentina

 

La gestione delle politiche abitative a Firenze ha ormai superato il livello dell’allarme per entrare nel regno della pura schizofrenia , dove Palazzo Vecchio oscilla pericolosamente tra l’abdicazione al libero mercato e la tentazione dirigista. Da una parte, infatti, l’amministrazione assiste immobile alla trasformazione del patrimonio pubblico in un resort diffuso per turisti; dall’altra, nel disperato tentativo di mascherare decenni di totale immobilismo urbanistico, la maggioranza ammicca a derive ideologiche che minacciano la proprietà privata dei cittadini. Il risultato è un capolavoro di incoerenza politica, con un’amministrazione che fa l’agente immobiliare disinvolto con i propri beni storici e minaccia di fare il requisitore con quelli dei cittadini privati.

Lo scandalo scoppiato in via Guelfa è l’emblema di questo totale fallimento della gestione pubblica, culminato con la scoperta che ben nove appartamenti al civico 83, appartenenti al patrimonio dell’Asp Montedomini, sono stati ceduti al colosso multinazionale della ricezione turistica Limehome per affitti brevi. Parliamo di un’Azienda Pubblica di Servizi alla Persona il cui scopo statutario sarebbe quello di tutelare anziani, disabili e contrastare le marginalità, e che invece si ritrova a consentire la gestione di una palazzina in pieno centro storico attraverso la totale digitalizzazione dei soggiorni e dei check-in dei turisti.

La linea di difesa dei vertici di Montedomini, che evocano lo spettro di “contratti vecchi” legati a un bando del 2023 antecedente ai blocchi urbanistici e promettono un censimento tardivo su un patrimonio da oltre cento milioni di euro mai pienamente mappato, rappresenta la classica toppa peggiore del buco. Firmare contratti blindati per 18+4 anni che consentono esplicitamente al conduttore la destinazione d’uso turistico-ricettiva, e farlo per un canone complessivo di circa 9.300 euro al mese, che suddivisi per nove alloggi significano poco più di mille euro a immobile, equivale a fare un regalo d’oro ai giganti dell’extra-alberghiero, tradendo la propria missione sociale.

Questa non è una semplice svista burocratica, ma si inserisce in una precisa “strategia dell’assenza” e del disimpegno sul fronte casa che caratterizza da tempo la giunta fiorentina, in perfetta continuità tra la passata amministrazione e l’attuale giunta. È la stessa logica che ha visto il Comune rinunciare all’acquisto all’asta dei 137 alloggi di via da Tolentino, svenduti a buon mercato a investitori speculativi, o dell’ex Hotel Astor, dove la maggioranza scelse programmaticamente di bocciare un emendamento al bilancio che ne avrebbe permesso l’acquisizione pubblica a fini sociali nonostante le risorse fossero disponibili. Il pubblico si ritira sistematicamente, delegando il diritto alla casa a grandi fondi d’investimento privati attraverso norme temporanee di housing sociale a scadenza limitata o accordi con la BEI che concedono persino il patrimonio residenziale pubblico sfitto ai privati affinché lo ristrutturino garantendosi la propria marginalità di profitto, lasciando migliaia di cittadini in infinite liste d’attesa per una casa popolare.

Eppure, proprio mentre privatizza o lascia sfruttare a fini turistici il patrimonio comune, la sinistra fiorentina cerca una cortina di fumo ideologica individuando il colpevole ideale nel privato cittadino. È in questo contesto che si inserisce la proposta choc di Alleanza Verdi e Sinistra, avanzata in Commissione Sviluppo dal consigliere Vincenzo Pizzolo, che prevede un censimento delle case sfitte a Firenze seguita dalla vera e propria requisizione temporanea dell’immobile qualora il proprietario non provveda ad affittarlo entro novanta giorni. Una ricetta che evoca palesi spettri stalinisti e che configura un esproprio di fatto, in cui lo Stato si appropria delle chiavi, decide l’inquilino e stabilisce il prezzo, lasciando però sulle spalle del proprietario tasse, IMU, manutenzione straordinaria e responsabilità catastale.

È la progressione logica di una forza politica che candida e difende paladine delle occupazioni abusive come Ilaria Salis: prima si giustifica l’illegalità di chi entra in casa altrui senza permesso, poi si chiede all’istituzione di fare lo stesso con un timbro e un protocollo, trasformando l’occupazione abusiva in servizio pubblico. Il dato politicamente più allarmante, tuttavia, non è il massimalismo ideologico di AVS, ma la spaventosa ambiguità del Partito Democratico. Di fronte a una proposta che calpesta l’articolo 42 della Costituzione sulla tutela della proprietà privata, il capogruppo del PD fiorentino non ha respinto nettamente l’atto, ma si è detto disponibile a discuterne, rilanciando sui concetti di censimento e di incentivi e penalizzazioni. È il metodo della rana bollita applicato ai diritti economici, volto a spostare gradualmente il limite dell’impensabile.

E se la sindaca Funaro, pressata dall’opinione pubblica, si è affrettata a dichiararsi contraria alle requisizioni, ha comunque confermato il via libera al censimento delle abitazioni. Una mossa tattica che non rassicura affatto, considerando la storica volubilità delle posizioni del PD su riforme cruciali e l’apertura dell’ala schleiniana della segreteria nazionale; oggi si contano le serrature per convenienza politica, domani – se il vento dovesse cambiare – gli elenchi con gli indirizzi dei privati saranno già pronti sui tavoli dei requisitori.

La carenza di alloggi a Firenze non è una calamità naturale imprevedibile, come un terremoto o un’alluvione, che possa giustificare poteri straordinari di requisizione; è il risultato fallimentare di trent’anni di mancata edilizia popolare, piani urbanistici ideologici e burocrazia asfissiante. Se Palazzo Vecchio non ha costruito case pubbliche per tre decenni, non può pensare di sanare il proprio fallimento espropriando i beni dei cittadini che hanno lavorato, risparmiato e pagato le tasse per una vita.

Peraltro, la sola minaccia di una requisizione produce l’effetto economico opposto a quello sperato, spaventando il mercato, spingendo a vendere o a ritirare i beni dal circuito locativo e prosciugando l’offerta. Un’amministrazione seria risponderebbe all’emergenza abitativa facendo il proprio dovere, ossia mappando e utilizzando i propri immobili pubblici anziché lasciarli marcire o cederli a piattaforme come Airbnb, semplificando il recupero e tutelando chi affitta. Ma governare richiede competenza, visione e fatica: per questa giunta è decisamente più facile fare cassa con i turisti in via Guelfa e fare i rivoluzionari con le case degli altri.