L’ex sindaco dice che finalmente i Comuni non saranno più ostacolati dal Governo. La sindaca chiede invece a Roma nuovi strumenti. Una contraddizione evidente. Ma entrambi sembrano salutare con favore un progetto europeo che va ben oltre gli affitti brevi e che potrebbe aprire una partita delicatissima sulla proprietà privata
La nuova frontiera della politica abitativa europea non è più soltanto Airbnb. E forse è proprio questo l’aspetto che dovrebbe preoccupare maggiormente. Il nuovo Affordable Housing Act, presentato dalla Commissione europea il 9 settembre, punta a dare agli Stati e alle amministrazioni locali strumenti per intervenire nelle aree considerate sottoposte a «pressione abitativa». Fin qui, nulla di particolarmente sorprendente. Il problema arriva quando si guarda cosa questi strumenti possono comprendere: non soltanto limitazioni agli affitti brevi, ma anche misure sull’acquisto e sull’utilizzo di terreni e immobili residenziali non destinati ad abitazione principale, restrizioni sulle seconde case, obblighi relativi alla destinazione dell’immobile e misure contro la trasformazione dell’uso residenziale.
Ed è qui che le dichiarazioni di Dario Nardella e Sara Funaro diventano particolarmente interessanti. Nardella, nell’intervista pubblicata in questi giorni, sostiene che «ora i sindaci possono agire, non saranno più ostacolati dal governo». Una frase che presenta il nuovo quadro europeo come una sorta di liberazione per le amministrazioni locali: finalmente i Comuni avrebbero le mani libere. Funaro, invece, nel comunicato ufficiale di Palazzo Vecchio, sostiene che Firenze abbia aperto la strada, ma contemporaneamente auspica che il Governo dia «finalmente alle città gli strumenti necessari» per governare efficacemente gli affitti brevi.
Dunque, quale delle due versioni è quella giusta? Gli strumenti finalmente ci sono, come dice Nardella, oppure devono ancora essere concessi dal Governo, come sostiene Funaro? La contraddizione è evidente. Ma c’è qualcosa che accomuna i due ex e attuali sindaci di Firenze: entrambi sembrano considerare sostanzialmente positiva la direzione intrapresa dall’Europa, cioè quella di attribuire al potere pubblico nuovi margini di intervento sul mercato immobiliare.
Ed è proprio questo il punto sul quale sarebbe necessario aprire una discussione seria. Perché una cosa è regolamentare un’attività economica che produce effetti documentabili sul mercato degli affitti. Un’altra è arrivare a stabilire come un proprietario possa utilizzare un immobile che ha acquistato legittimamente, fino a prevedere limitazioni all’acquisto o all’uso delle seconde case e obblighi sulla destinazione dell’abitazione.
La stessa proposta europea mette nero su bianco queste possibilità, pur precisando che non introduce un diritto dell’Unione a limitare la proprietà immobiliare e che le eventuali misure dovranno rispettare precisi requisiti e il diritto nazionale. Ma proprio questa precisazione rende ancora più importante il dibattito: quali saranno i limiti concreti? E chi deciderà quando una città è abbastanza “in crisi” da poter comprimere determinate libertà dei proprietari?
La questione riguarda particolarmente l’Italia, dove la proprietà della casa ha storicamente rappresentato non soltanto una forma di investimento, ma una componente fondamentale della ricchezza familiare. Nel 2024, il 68,4% della popolazione europea viveva in un’abitazione di proprietà; l’Italia presenta una struttura abitativa fortemente caratterizzata dalla proprietà privata, con una quota particolarmente elevata di persone che vivono in appartamenti di proprietà.
Per questo ridurre tutto alla battaglia contro gli affitti brevi sarebbe un errore. La vera domanda che si apre è molto più grande: fino a che punto lo Stato, la Regione o il Comune possono stabilire come debba essere utilizzata una proprietà privata in nome dell’emergenza abitativa?
È una domanda che coinvolge il diritto di proprietà, la libertà economica, l’autonomia dei Comuni e i principi costituzionali italiani. Parlare già oggi di provvedimento «incostituzionale» sarebbe però prematuro: il testo è una proposta europea e dovrà ancora essere esaminato nel procedimento legislativo. Ma le possibili tensioni con i principi costituzionali e con la tutela della proprietà privata sono abbastanza importanti da meritare un dibattito pubblico molto prima che le norme diventino operative.
E allora c’è un’ultima ironia tutta fiorentina. Nardella dice che finalmente i sindaci potranno fare ciò che prima non potevano fare. Funaro dice che invece gli strumenti devono ancora arrivare. Ma entrambi sembrano festeggiare la possibilità di avere più potere sulla casa degli altri. Ed è forse questo, più della disputa sugli affitti brevi, il tema sul quale sarebbe il caso che Firenze cominciasse a discutere davvero.

