Patrimonio pubblico, concessioni e zone grigie: Sabatini chiede di vedere tutti gli atti del Mercato Centrale

GERMOGLI PH 9 LUGLIO 2014 FIRENZE MERCATO CENTRALE DI SAN LORENZO TURISTI TURISMO FAST FOOD PRANZO VELOCE

Condividi sui social

Al centro della polemica non c’è soltanto la durata della concessione, ma il metodo con cui il Comune avrebbe valutato l’interesse pubblico prima di estendere il rapporto fino al 26 febbraio 2035

 

Il caso Montedomini, ormai diventato uno dei dossier più delicati sul patrimonio fiorentino, rischia di essere soltanto l’inizio di una verifica molto più ampia sulla gestione dei beni e delle concessioni della città. A rilanciare il tema è il consigliere comunale Massimo Sabatini, della Lista civica Eike Schmidt, che mette sul tavolo un principio tanto semplice quanto politicamente scomodo: quando sono in gioco immobili, concessioni e rapporti economicamente rilevanti, i cittadini devono poter conoscere criteri, valutazioni e vantaggi per l’amministrazione. “L’uso del patrimonio pubblico fiorentino è ormai una questione centrale del dibattito cittadino”, sostiene Sabatini, secondo il quale la vicenda Montedomini ha riportato in primo piano “come vengono gestiti gli immobili pubblici, con quali valutazioni, con quali garanzie di trasparenza nelle relazioni e con quale effettiva tutela dell’interesse collettivo”. Da qui la domanda che attraversa la sua presa di posizione: “il patrimonio di Firenze è stato amministrato in modo pienamente trasparente, comparativo e conveniente per la città?”.

Nel mirino entra così anche il Mercato Centrale di San Lorenzo, e in particolare il piano ammezzato. Secondo gli atti richiamati da Sabatini, nel 2012 l’area fu assegnata attraverso una procedura pubblica nell’ambito di una concessione originariamente prevista per 15 anni. Nel 2024 il Comune intervenne modificando il rapporto e portandone la scadenza al 26 febbraio 2035: complessivamente 22 anni, dunque sette anni aggiuntivi rispetto alla durata iniziale. L’estensione sarebbe stata collegata alla realizzazione di opere e attività tecniche quantificate in 484.400 euro per due montacarichi e due scale mobili, ai quali si aggiungerebbero 100 mila euro per una perizia di vulnerabilità sismica dell’intero immobile. È proprio su questo passaggio che Sabatini chiede di accendere i riflettori. “Su questo punto non servono slogan: servono documenti e spiegazioni pubbliche”, afferma.

Il consigliere ha quindi presentato una richiesta di accesso agli atti per ottenere l’intera istruttoria che portò alla proroga, compresi pareri tecnici e giuridici, documentazione economico-finanziaria, verifiche di congruità ed eventuali comparazioni con soluzioni alternative. Il punto, chiarisce, non è contestare per principio la scelta amministrativa, ma capire quale sia stata la convenienza per Palazzo Vecchio e quale vantaggio per il concessionario, oltre a comprendere “su quali basi è stata ritenuta congrua una proroga di 7 anni”.

Gli elementi finora conosciuti, secondo Sabatini, meritano ulteriori verifiche. L’avviso pubblico del 2012 era finalizzato alla valorizzazione del piano ammezzato del Mercato di San Lorenzo e aveva raccolto una sola offerta; nella fase iniziale, la Commissione Valutazioni Immobiliari aveva fissato il canone annuo a 140 mila euro. Nel 2024, osserva il consigliere, la questione affrontata dall’amministrazione non fu un eventuale rialzo del canone né una nuova comparazione fra operatori, ma l’allungamento della durata della concessione sino al 2035. Ed è qui che la domanda politica diventa inevitabile: quanto vale, economicamente, una proroga di sette anni ?Il valore della maggiore durata è stato quantificato? Sono state valutate alternative? La convenienza complessiva per il Comune è stata verificata attraverso un confronto trasparente?

Sabatini parla di “domande politiche e amministrative, fondate su atti”, evitando però di trasformare interrogativi e richieste di controllo in accuse. Il fronte si allarga quindi anche a Palazzo Borghese, dove, riferisce il consigliere, esistono “esposti e segnalazioni di terzi” relativi a ulteriori vicende patrimoniali e relazionali, con richiami anche a realtà riconducibili a figure note della vita pubblica cittadina. Su questo terreno Sabatini sceglie deliberatamente la cautela: “non spetta a me anticipare giudizi su fatti sottoposti o sottoponibili ad altre valutazioni, né attribuire a chicchessia condotte non accertate”. Ma, aggiunge, resta pienamente legittimo chiedere “la massima trasparenza” su beni, concessioni, locazioni e rapporti d’uso che riguardino il patrimonio cittadino.

Il principio invocato è dunque uno solo: “quando si parla di beni sensibili per la collettività, chi amministra deve rendere conoscibili presupposti, criteri, vantaggi, obblighi e controlli”. Una richiesta che, dopo il caso Montedomini, assume inevitabilmente una portata più ampia e investe il modo stesso con cui Firenze valorizza, concede e controlla il proprio patrimonio. E il messaggio finale è altrettanto netto: “Dopo Montedomini, Firenze non può permettersi zone grigie nella gestione dei propri beni”. La questione, in fondo, viene riassunta dallo stesso consigliere in una domanda che chiama direttamente in causa l’amministrazione: “tutto è stato fatto nell’interesse pubblico, con piena trasparenza e alle migliori condizioni per la città?”. E la conclusione contiene già la sfida politica: “Se la risposta è sì, gli atti lo dimostrino. Se la risposta non è così lineare, i cittadini hanno diritto di saperlo”.