di Vincenzo Donvito Maxia (ADUC Firenze)
È deciso: i biglietti del gestore monopolista del trasporto pubblico locale di Firenze (Autolinee Toscane) passerà ad agosto da 1,70 a 2 euro. Un aumento del 15%, dicono, ma che in realtà è del 17,6%. Percentuale a cui sono arrivati con operazioni in cui la matematica è funzionale alle opinioni di chi, per propri problemi gestionali e non solo per il rincaro del costo della vita, non è in grado di far fronte all’impegno preso con le pubbliche amministrazioni.
Vediamo come si compone questo aumento del 15%. Il 7%, previsto per il 2026 da contratto di servizio come scaglione tariffario, si somma all’8% come recupero del tasso di inflazione.
Il livello di inflazione attuale è al 3,2%. Per arrivare a questa percentuale l’Istat considera gli aumenti di vari prodotti e servizi, inclusi carburante ed energia elettrica.
Donde viene, quindi, l’8% per recuperare il tasso inflattivo?
Donde viene il 7% che è riferito ad adeguamento Istat e costi di gestione? Sette e Otto percento vengono dalla fantasia contabile di At, ché, se consideriamo il 3,2% Istat (molto alto a maggio e che, comunque andrebbe considerato in una media come minimo annuale), l’aumento del biglietto dovrebbe essere di questa percentuale, cioè poco più di 5 centesimi, che per essere magnanimi e non “ingrullire” coi centesimi nei resti avrebbe potuto essere arrotondato a 1,80 euro, non certo a 2.
Insomma, la Regione che approva gli aumenti e At che li chiede non ce li impongono per la crescita del costo della vita, ma perché sono incapaci di mantenere gli impegni economici assunti e perché vogliono guadagnare di più.
Intanto gli utenti dei loro servizi (che sarebbe meglio qualificare come sudditi) sono costretti a pagare questa decisione, visto che il loro servizio è monopolista. Un servizio che è complessivamente deficitario (corse saltate, orari non rispettati), e che non finisce nel baratro solo grazie alla tramvia, che ce la stanno facendo pagare salata con gli eterni e bloccanti lavori di estensione.
