La ricerca della Sapienza sugli affitti brevi: il Comune ce la farà leggere?

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Prima di colpire i piccoli proprietari, il Comune dovrebbe mostrare i dati completi dello studio della Sapienza

 

Se la ricerca dimostra davvero che il sacrificio richiesto ai proprietari produrrà benefici per la città, pubblicarla dovrebbe essere nell’interesse del Comune. Se invece non la pubblicano, qualche domanda è inevitabile. Dopo il mio articolo sugli affitti brevi ho letto molti commenti, favorevoli, contrari, ironici, arrabbiati, alcuni fuori misura, altri molto interessanti. Ma da tutto questo dibattito emerge una cosa chiarissima: il problema non è affatto semplice come viene raccontato.

Non basta dire: “Bisogna limitare gli affitti brevi perché Firenze è invasa dai turisti”. Che Firenze sia sotto pressione lo vediamo tutti. Basta uscire di casa. Il punto è un altro: questa misura ridurrà davvero l’overtourism? Farà davvero tornare case sul mercato residenziale? Oppure sposterà semplicemente il problema da una zona all’altra? È qui che torna centrale la ricerca della Sapienza, realizzata dal Dipartimento MEMOTEF e usata dal Comune per giustificare l’estensione delle limitazioni fuori dall’area Unesco. Io continuo a chiedere una cosa molto semplice: il Comune renderà pubblica integralmente questa ricerca? Non il comunicato stampa né la mappa. Non il riassunto giornalistico o qualche percentuale scelta per sostenere una decisione politica. La ricerca completa. Metodo, dati, indicatori, zone analizzate, scenari, criteri, effetti attesi, rischi e conclusioni. Così come deve essere redatta una ricerca.

Perché se una ricerca viene usata per limitare l’uso economico di beni privati, incidendo potenzialmente sulla redditività e sul valore delle case, quella ricerca deve essere leggibile da tutti. Non solo dalle associazioni, dagli addetti ai lavori o dagli uffici comunali. Ma da tutti i cittadini. Anche perché alcune affermazioni che circolano meritano di essere verificate con estrema attenzione. Il professor Celata, estensore della ricerca, in un’intervista a La Nazione avrebbe detto che “il dubbio è se questo fenomeno sia reversibile o meno”. Bene. Questa frase apre una domanda enorme. Se non siamo certi che il fenomeno sia reversibile, come possiamo sapere che bloccare nuovi affitti brevi farà tornare residenti, affitti ordinari e vita di quartiere? Quali effetti concreti ci si attende? In quanto tempo? Con quali indicatori misurabili?

Poi c’è un altro passaggio delicatissimo nella sua intervista: “la prima azione da fare è rimuovere la causa del problema”. Cioè? Qual è la causa? Si ritiene che gli affitti brevi siano davvero la causa dello svuotamento della città, o sono una delle cause dentro un sistema molto più vasto fatto di hotel, B&B, studentati privati, affitti medi, turismo giornaliero, grandi eventi, voli low cost, marketing turistico, rendite immobiliari, case vuote e paura dell’affitto lungo? Lo chiedo perché, se si sbaglia diagnosi, si sbaglia anche cura. E da cosa si deduce che questa sia la causa? Ce lo si dica, dati alla mano, non per opinioni personali.

E infatti molti commenti, anche di persone non necessariamente favorevoli agli affitti brevi, hanno sollevato un punto fondamentale: il rischio dello spillover. Ti spiego cosa si nasconde dietro questa parola tecnica inglese. Se blocchi alcune zone, dopo che sono già state saturate, che cosa succede alle zone rimaste fuori? La pressione turistica scompare per miracolo oppure si sposta dove trova ancora spazio? E se il fenomeno si trasferisce da un quartiere all’altro, non stai governando la città. Stai inseguendo la piena con un secchio. E i valori delle case cambiano, mica cosa da poco.

Altro punto debole: si continua a parlare di “affitti brevi” come se fossero tutti uguali. Ma non sono tutti uguali. Una cosa è il piccolo proprietario con una sola casa, magari ereditata, che cerca di integrare una pensione o aiutare la famiglia. Altra cosa sono gli operatori seriali, le società, i gestori di molte unità, gli affittacamere mascherati, gli alberghi diffusi di fatto. Se non si distingue tutto questo, non si fa una politica pubblica. Si fa una caricatura. E qui arriva un altro nodo: se si vuole davvero tutelare la residenza, perché il discorso sembra concentrarsi quasi solo sugli affitti brevi? E allora mi domando: che cosa accade agli hotel? Che cosa accade agli studentati privati che spuntano come funghi? Che cosa accade agli affitti medi per non residenti? Che cosa accade alle case vuote? Che cosa accade al turismo giornaliero, quello che invade la città senza nemmeno pernottare? Che cosa accade ai grandi investimenti immobiliari?

Siamo seri, se l’obiettivo è ridurre la pressione turistica complessiva, bisogna guardare tutto il sistema, non solo il segmento più facile da colpire. Se una misura produce un danno economico a una categoria di cittadini, bisogna dimostrare che quel danno è necessario, proporzionato ed efficace. Altrimenti non è governo della città. E se l’obiettivo è “favorire la residenzialità”, allora servono numeri chiari di previsione nella ricerca, oltre ai comunicati stampa. Quante case si prevede tornino davvero agli affitti ordinari? Quante invece si presume passeranno agli affitti medi? Quante resteranno vuote? Quante verranno vendute? Quante finiranno in mano a soggetti più forti? Ma soprattutto, quanto si ridurrà davvero l’overtourism? Questo c’è scritto in chiaro nella ricerca? E come verrà misurato il successo della misura, tanto per capire se tutto è andato nel verso giusto?

Perché una casa tolta agli affitti turistici non diventa automaticamente una casa per residenti. Può diventarlo, certo. Ma può anche essere venduta, lasciata vuota, destinata ad affitti transitori, data a studenti, usata dai familiari o acquistata da operatori più grandi. Quindi no, non basta dire: “Ogni casa in meno ai turisti è una casa in più ai residenti”. È una bella frase, efficace per la stampa, ma va dimostrata.  Il Comune ha tutto il diritto di governare il fenomeno. Ma proprio perché interviene su proprietà, redditi, abitazioni e valore economico degli immobili, ha anche il dovere di spiegare fino in fondo su quali basi lo fa.

E scusate, qui va chiarita anche una questione di responsabilità. Il professor Celata risponde della qualità scientifica della ricerca: metodo, dati, indicatori, definizione del problema, scenari, conclusioni. Ma la responsabilità politica e amministrativa del provvedimento resta del Comune. La scienza può fornire una mappa, ma chi decide la strada è la politica. E se la strada porta fuori strada, non basta dire che la mappa era stata disegnata da un professore. Il Comune non può usare la ricerca come paravento: se la misura funziona se ne prenderà il merito, ma se non funziona non potrà scaricare la colpa sul tecnico. E proprio per questo la ricerca deve essere pubblica. Chi realizza una ricerca usata per giustificare un provvedimento pubblico, e chi politicamente usa quella ricerca per limitare l’uso economico di beni privati, si assume una responsabilità verso i cittadini sui quali quel provvedimento produce effetti concreti. La scienza, quando viene usata per decidere politiche pubbliche, deve essere visibile, leggibile, discutibile, verificabile. Altrimenti non è scienza messa al servizio della città. È una copertura tecnica per una decisione politica. La domanda quindi resta sempre una sola: Comune di Firenze, questa ricerca della Sapienza ce la fate leggere integralmente oppure dobbiamo accontentarci del riassunto e dei comunicati stampa?