Da Jane Jacobs a Oscar Newman: perché la sicurezza non dipende solo dalle pattuglie ma dalla vitalità quotidiana delle strade e dei quartieri
Mi ha molto colpito quello che è avvenuto a Daniela Fargion, rapinata e minacciata con il nipotino di due anni. La conosco da quando era una bambina, sono stato amico di suo fratello David, conoscevo i suoi genitori e ho frequentato quella casa. Proprio per questo vorrei evitare le reazioni di pancia e provare a ragionare sociologicamente. Partiamo da un dato. L’insicurezza sta crescendo in molte città italiane. Firenze non fa eccezione, anzi compare spesso ai primi posti per alcuni reati contro il patrimonio e per la percezione di vulnerabilità di donne e anziani. Ma allora ti chiederai di nuovo, che cosa c’entra la mancanza di sicurezza con la tramvia? Apparentemente nulla. In realtà potrebbe entrarci più di quanto sembri. Allora, seguimi e guardiamo il tutto con lo sguardo della sociologia urbana.
Jane Jacobs lo aveva scritto con chiarezza: una strada sicura ha bisogno di “occhi sulla strada”, cioè di persone che la vivono, la osservano, la riconoscono. Non telecamere soltanto, ma cittadini, negozianti, finestre, presenze quotidiane. Oscar Newman, con la teoria dello “spazio difendibile”, aggiungeva che la sicurezza cresce quando gli abitanti percepiscono uno spazio come proprio, riconoscibile, controllabile, non anonimo. La progettazione urbana, se delimita male i percorsi, cancella attività e riduce la sorveglianza naturale, può invece favorire paura e vulnerabilità.
E qui arriva la tramvia. E ti chiederai nuovamente: ma che cosa c’entra la tramvia con la sicurezza? Ripeto, apparentemente niente. In realtà parecchio. Seguimi.
Una città non diventa insicura solo perché mancano pattuglie. Diventa insicura anche quando perde i suoi presìdi naturali: negozi, residenti stabili, anziani alla finestra, bar, botteghe, marciapiedi vivibili, luoghi dove fermarsi e riconoscersi. La tramvia, in alcune zone, ha prodotto un effetto collaterale che evidentemente nessuno aveva previsto, oppure che nessuno aveva voglia di vedere. Dove doveva cucire, ha spesso tagliato, e dove doveva unire, ha creato corridoi. Guardati intorno, non mi piace fare polemiche: capisci che dove c’era una strada, oggi sembra talvolta di stare in una lunga stazione ferroviaria, solo senza sala d’attesa, senza un bar decente e talvolta senza pensilina.
Una strada abitata è invece sorvegliata naturalmente. Ci sono il negoziante, l’anziano alla finestra, la donna che torna dalla spesa, il barista, il portiere, il residente che riconosce chi passa. Non è controllo poliziesco, è controllo sociale spontaneo. È la città che guarda se stessa, come direbbe Newman. Quando tutto questo scompare, lo spazio urbano diventa più anonimo. E lo spazio anonimo è più fragile. Dove nessuno si ferma, nessuno osserva. Dove nessuno conosce nessuno, nessuno interviene. Dove la strada è solo transito, il cittadino smette di sentirla propria. In questo vuoto cresce l’insicurezza reale e percepita. Le donne hanno paura a uscire, gli anziani evitano certe zone, i negozianti si sentono abbandonati, alcune aree diventano prevedibilmente più esposte a scippi, rapine, spaccate e aggressioni.
Alberi abbattuti, negozi indeboliti, residenti sostituiti, spazi di sosta cancellati, attraversamenti complicati. Tutto questo non riguarda solo il paesaggio urbano. Riguarda la sicurezza. Certe trasformazioni urbane possono rendere la città più fragile, più anonima, meno presidiata. E nell’anonimato, si sa, non crescono soltanto le erbacce. La criminalità si insinua più facilmente dove la città si ritira. Dove il residente non riconosce più il proprio quartiere. Dove il commerciante chiude. Dove la strada è attraversata ma non vissuta. Dove l’infrastruttura ha preso il posto della relazione.
È questo che gli amministratori sembrano non capire. Decidono un’opera, ne celebrano i benefici tecnici, ma non preventivano le risposte sociali ed economiche che quell’opera produrrà. Misurano i passeggeri trasportati, ma evitano di vedere i negozi che chiudono. Il problema più grave è che questi effetti sono difficilmente reversibili. Un negozio chiuso non riapre automaticamente. Un residente espulso non torna per decreto. Un quartiere che perde la propria identità non la recupera con una fioriera o una strada colorata. Un albero adulto abbattuto non viene sostituito da un alberello ornamentale. Poi i nostri amministratori ci spiegano che i residenti è vero che sono calati ma di poco. Bene. Ma il problema non è solo quanti restano, è chi viene sostituito. Una città può avere numeri quasi stabili e perdere ugualmente comunità, memoria e sicurezza.
So già che queste osservazioni verranno liquidate come la solita polemica di un oppositore e non come l’analisi di un osservatore della vita urbana. È il modo più comodo per non rispondere nel merito. Ma quello che scrivo resta: una città non è sicura solo quando arriva la pattuglia. È sicura quando è vissuta, riconosciuta, presidiata dai suoi abitanti. È sicura quando le persone continuano a riconoscersi, a fermarsi, magari a salutarsi per nome, a vivere le strade, a sentirle proprie. Se la trasformazione urbana produce invece corridoi anonimi, negozi chiusi, residenti sostituiti, spazi disabitati e paura diffusa, allora il problema non è più soltanto di mobilità. È un problema di sicurezza urbana. Ed è un problema gravissimo.
Poi, in tutto questo, arrivano a completare l’opera orde di turisti innestati nel tessuto cittadino. Et voilà, l’anonimato è totale.
