Il flop del “Reddito di Reinserimento” toscano: l’ennesima promessa assistenziale di Giani che parte male

© Fotocronache Germogli, specificare data

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Il “reddito di cittadinanza alla toscana” nato dall’accordo col M5S: 23 milioni stanziati, meno di mille domande raccolte

 

Giani aveva sbandierato il suo Reddito Regionale di Reinserimento Lavorativo (RRRL) come una grande innovazione: un “reddito di cittadinanza alla toscana” — definizione che lo stesso presidente non rinnega, avendolo collocato esplicitamente nella “grande famiglia dei redditi di cittadinanza” — frutto dell’accordo di legislatura con il M5S per tenere insieme il campo largo, finanziato con quasi 23 milioni di euro di risorse regionali (per la precisione 22.994.642,20). Niente assistenzialismo, prometteva, ma “politica attiva” con formazione obbligatoria.

Istituita con la delibera di Giunta regionale n. 200 del 2 marzo 2026, la misura ha aperto le domande sul portale Toscana Lavoro il 2 aprile. Nelle prime tre settimane il portale ha registrato circa 1.200 accessi, ma solo 47 istanze sono risultate ammissibili: un tasso di successo inferiore al 4%. I requisiti iniziali erano talmente rigidi — in particolare il vincolo temporale stretto sull’esaurimento di NASpI o DIS-COLL — da escludere di fatto la maggior parte delle persone potenzialmente interessate. Resasi conto del flop, la Regione ha corretto in corsa. Con la delibera n. 573 dell’11 maggio 2026 (requisiti operativi dal 21 maggio, modalità applicative aggiornate dal decreto ARTI 553 del 15 maggio) ha allargato la platea, togliendo il limite temporale tra la fine dell’indennità e la domanda ed eliminando il tetto al numero di indennità percepite negli ultimi tre anni. Ora basta aver terminato NASpI o DIS-COLL nel 2024, nel 2025 o nel 2026.

Eppure i numeri restano impietosi. Da un accesso agli atti dei consiglieri di opposizione Alessandro Tomasi e Luca Minucci (FdI), reso pubblico il 19 giugno, emerge che al 10 giugno 2026 le domande presentate e accettate dal sistema erano appena 923: meno del 10% della platea potenziale stimata da IRPET in oltre 11.000 persone. E ancora non si sa quante di queste saranno effettivamente prese in carico ed erogate. Molte, peraltro, sono con ogni probabilità ripresentazioni di chi aveva già fatto domanda ad aprile senza riuscire ad accedere. Il bando resta aperto fino al 30 giugno, ma è difficile immaginare un’impennata capace di colmare la distanza dai numeri annunciati.

Giani parla di “rimodulazione fisiologica” e rivendica una partenza volutamente “più rigida per vedere i numeri”. L’assessore al lavoro Alberto Lenzi presentava lo strumento come un modo per accompagnare al lavoro migliaia di disoccupati, con 500 euro al mese per massimo 9 mesi legati a un Patto di Servizio e a percorsi formativi. Nella realtà, il meccanismo si è rivelato un ostacolo più che un aiuto.

Quasi 23 milioni di euro bloccati per una misura sperimentale che, nella migliore delle ipotesi, rischia di distribuire sussidi temporanei senza incidere davvero sul mercato del lavoro. Nel frattempo, la Toscana affronta problemi ben più gravi: caro trasporti (con l’annunciato aumento di biglietti e abbonamenti del trasporto pubblico), aumento dell’IRPEF, difficoltà delle imprese e una sanità sempre più in affanno. Quei soldi potevano essere usati per abbattere il cuneo contributivo, per incentivi alle assunzioni o per formazione mirata sulle competenze realmente richieste dalle aziende (meccanica, turismo 4.0, green tech).

Nonostante Giani insista che “non è assistenzialismo”, il parallelo con il Reddito di Cittadinanza di Conte e Di Maio è inevitabile — ed è lo stesso presidente a collocare la misura nella loro stessa “famiglia”. Anche quello prometteva formazione e reinserimento, ma ha prodotto effetti ben più che modesti sull’occupazione. La versione toscana ne replica i difetti in scala regionale, in particolare il rischio di “effetto trappola” (le persone restano nella misura invece di cercare un lavoro vero).

Non è un caso che questa misura sia nata da un accordo con il Movimento 5 Stelle: era uno degli impegni di legislatura del “Giani bis”, e lo stesso presidente, presentandola, ha rivendicato “un impegno rispettato”. Una mossa tipica del campo largo: quando non sai come risolvere i problemi strutturali dell’economia, eroghi un sussidio e lo chiami “welfare innovativo”. Anche se è un welfare che, finora, ha raggiunto meno di mille persone.