Quando il marketing verde sostituisce le politiche concrete contro il clima rovente
In questi giorni di allerta rossa, con Firenze stabilmente ai primi posti tra le città più roventi d’Italia e con isole di calore che sfiorano i 60 gradi centigradi, l’amministrazione comunale continua a portare avanti un progetto tramviario concepito oltre quarant’anni fa e ormai lontanissimo dalle esigenze imposte dal cambiamento climatico.
Così, dopo aver presentato come una “rivoluzione verde” la depavimentazione dello 0,03% della superficie cittadina a fronte di migliaia di alberi abbattuti arriva un’altra operazione di maquillage ambientale: quella dei cosiddetti rifugi climatici.
Andiamo però con ordine e spieghiamo cosa sono davvero. I rifugi climatici sono spazi pensati per proteggere soprattutto le persone più fragili durante le ondate di calore estremo. Negli ultimi anni stanno nascendo in molte città europee come risposta concreta agli effetti di estati torride. La prima grande città europea a dotarsi di una rete strutturata è stata Barcellona, nel 2019, censendo e rendendo accessibili oltre 400 rifugi climatici tra biblioteche, centri civici, scuole e aree verdi. Negli anni successivi il modello catalano è stato adottato anche da altre metropoli, tra cui Parigi, che lo ha ulteriormente ampliato in occasione delle Olimpiadi del 2024.
In Italia le prime reti ufficiali sono nate la scorsa estate con Bologna e Firenze, individuando parchi, biblioteche e spazi pubblici climatizzati oppure ombreggiati per almeno il 70%, accessibili gratuitamente.
Ma un rifugio climatico non è semplicemente un luogo con qualche albero. Deve garantire alcuni requisiti minimi: temperature più basse rispetto all’ambiente circostante, accesso gratuito, acqua potabile, sedute, servizi igienici e condizioni adeguate per permettere alle persone più vulnerabili di trovare reale sollievo durante le ore più calde.
Milano ne ha individuati 116, chiamandoli significativamente “Spazi Freschi”. Una scelta che l’assessora all’Ambiente Elena Grandi ha spiegato così: “I cambiamenti climatici ci impongono di trovare soluzioni sempre più adattabili alle esigenze della città, non solo azioni strutturali come le depavimentazioni o la riqualificazione dei parterre alberati, ma anche interventi temporanei come questi spazi freschi”.
A Roma, nell’estate 2026, è partito il progetto “Respiro”, promosso dall’Università La Sapienza insieme al Comune, a Legambiente Garbatella e a CittàClima di Legambiente, che ha individuato anche in questo caso 116 luoghi idonei. A Napoli non esiste ancora una rete comunale, ma l’associazione Cleanap ha mappato 29 luoghi freschi accessibili ai cittadini, comprese diverse chiese del centro storico. Bologna, città pioniera, mette invece a disposizione 24 rifugi climatici.
C’è però chi ha deciso di fare ancora di più. In assenza di un vero piano nazionale contro le ondate di calore, molte amministrazioni hanno scelto iniziative concrete. A Roma gli over 70 possono accedere gratuitamente alle 17 piscine comunali. A Venezia, grazie al progetto “Ocio al caldo”, gli over 75 entrano gratuitamente nei musei civici. A Palermo sono stati distribuiti gratuitamente 35 mila ventagli. Ad Ancona vengono consegnati a domicilio condizionatori portatili alle persone più fragili. A Bari, durante le giornate più torride, vengono recapitate gratuitamente bottiglie d’acqua alle persone vulnerabili.
E Firenze?
L’amministrazione che ama definirsi green – ma continua ad abbattere alberi (o, per usare la terminologia ufficiale, a “spostarli”) – annuncia con orgoglio di aver aumentato i rifugi climatici, arrivati quest’anno a 53, tutti geolocalizzati e facilmente consultabili. Peccato che, andando a leggere l’elenco, si scopra che 41 su 53 sono semplicemente giardini pubblici. Giardini che esistevano già, spesso circondati da asfalto rovente e traffico cittadino, il cui unico elemento aggiuntivo è, in molti casi, la presenza di un fontanello. Sempre che funzioni. Non c’è alcun intervento specifico per renderli realmente più freschi. Non c’è alcun allestimento dedicato. Non c’è alcun servizio aggiuntivo. Gli altri “rifugi” comprendono sette biblioteche comunali e alcune sedi dei Quartieri, dove il refrigerio è garantito dall’aria condizionata, ma soltanto durante gli orari di apertura al pubblico. Fine.
Nessun ingresso gratuito nelle piscine comunali per anziani e persone fragili. Nessuna apertura straordinaria di spazi climatizzati dedicati ai senza dimora. Nessun presidio specifico. Nemmeno una semplice bottiglietta d’acqua distribuita gratuitamente a chi rischia maggiormente gli effetti del caldo estremo. Più che un piano di adattamento climatico sembra un raffinato gioco di prestigio amministrativo: prendere ciò che già esiste, cambiargli nome e presentarlo come una nuova misura salvavita.
Eppure l’Organizzazione Mondiale della Sanità parla con estrema chiarezza di emergenza sanitaria. Lo stress da calore può aggravare patologie croniche come asma, diabete e malattie cardiovascolari, mettendo seriamente a rischio la salute delle persone più vulnerabili. Su questo non c’è spazio per slogan o operazioni di comunicazione. Anche perché il sindaco, per legge, è la massima autorità sanitaria locale e il primo responsabile della tutela della salute pubblica.
I rifugi climatici non si inventano cambiando l’etichetta a un giardino o a un parco. Sono infrastrutture urbane permanenti, progettate per affrontare il caldo record, come ricorda anche Ombretta Caldarice, professoressa associata di Urbanistica al Politecnico di Torino. Perché il caldo estremo non si combatte con una nuova cartellina su Google Maps. Si combatte con politiche pubbliche vere.
