Una situazione in continuo aggiornamento, quella delle carceri dalle parti nostre.
La chiusura delle 7 sezioni decretata a fine maggio (1) non è che la punta dell’iceberg di un degrado fuori controllo che, appoggiandoci alle cronache locali, noi di LFCV abbiamo messo in evidenza sin dalle prime battute del nostro giornale digitale (2). Dagli scandali di droga, che comunque hanno coinvolto in misura ancora maggiore la Dogaia di Prato (3), nel breve volgere di un anno siamo arrivati alla questione del ricollocamento di 250 detenuti, che si pone nel momento in cui, se Sollicciano (pensato originariamente come un “carcere modello”… [4]) piange, gli altri istituti penitenziari non ridono; tra i primi, infatti, ne sarebbero stati trasferiti, al momento, solo 190 e senza risolvere il problema (5): da una relazione del garante dei detenuti emerge che il tasso di sovraffollamento in Toscana tocca l’inaudita vetta del 134% (6). Massa era una delle mete, ma qui, a fronte di 177 posti, si contano 303 reclusi, tanto che l’assessore Alessandra Nardini ha dovuto chiedere al sindaco Persiani l’istituzione della figura del garante dei detenuti…comunale (7).
Come si vede, il problema non sta nel colore politico della giunta: Firenze e Prato, al centrosinistra, affrontano gli stessi problemi della città lunigiana, governata dal centrodestra al secondo mandato.
Tutto questo solo per il sovraffollamento? Certamente no.
Nel caso di Sollicciano, da mesi, anni, il problema principale è stato ripetutamente indicato nelle gravi carenze strutturali: topi, muffa, umidità, impianti di condizionamento rotti, 7 suicidi e 195 tentativi solo tra il 2023 e il 2025, che hanno portato, negli ultimi tre anni, alla presentazione di ben 446 reclami da parte dei detenuti (8), mentre il consigliere Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) sollecitava «risposte immediate» contro lo scaricabarile istituzionale (9). Oltretutto, uno dei tanti primati poco invidiabili riguarda anche la percentuale di minorenni, ovvero la presenza di detenuti di età inferiore a 21 anni, attestantesi ora al 7.5% e che le associazioni Pantagruel e Antigone imputano a un sistema di accoglienza che «non funziona» (10), non risparmiando nemmeno chi ha problemi psichici certificati (11).
La morte è uno spettro che non cessa di incombere: un uomo di 75 anni è morto dopo appena dieci giorni di detenzione, nonostante un quadro clinico già compromesso (12); ne è scampato a malapena un 87enne originario di Napoli, fortunatamente uscito dopo che vi era stato condannato per un furto d’auto risalente a tre anni fa; sconterà la sua pena a Casa Caciolle, a Rifredi (13).
Un successo, ottenuto grazie alla lotta dell’Associazione Pantagruel e del presidente della struttura di Madonnina del Grappa, che non cancella tuttavia la situazione indegna sia del carcere fiorentino che di quello pratese della Dogaia: «Insostenibili» e «disumanizzante» il primo, secondo Padre Bernardo Gianni, abate di San Miniato a Monte, che li ha visitati entrambi, tra «celle piene e agenti allo stremo», il «caldo che rende l’aria irrespirabile» e gli «spazi che si restringono fino a comprimere la dignità delle persone» (14). Analoghe impressioni sono emerse dalla visita dell’assessore Nardini, recatasi alla Dogaia insieme al sindaco Biffoni (15).
Tanto è oggettivo il suo disastro che non sono solo i carcerati a soffrirne, ma persino gli stessi agenti.
Basta guardare a come si vive negli alloggi a loro riservati.
Già a gennaio si era verificato un principio d’incendio nella caserma di viale Gori a Peretola (16), portando al divieto addirittura di tenere televisioni in stanza o eccedere nelle tempistiche della doccia, onde evitare il pericolo di cortocircuiti pena lo sfratto immediato. Infiltrazioni, muffa, controsoffitti pericolanti, riscaldamento e condizionatori rotti fanno il resto.
Inevitabile che qualcuno, tra le forze dell’ordine, oltrepassi decisamente il limite: Prato e San Gimignano fanno fede di episodi di vera e propria “tortura di Stato”. Nel primo sono finiti a processo un salernitano e un marcianisano resisi autori di pestaggi e stupri ai danni di alcuni detenuti, risalenti alcuni addirittura al 2020 ma per i quali il processo è iniziato soltanto un mese e mezzo fa (17). Addirittura in nove furono condannati a Sollicciano per trattamenti inumani ai danni di un detenuto marocchino (18), mentre nella ridente località in provincia di Siena si è rispolverato un caso del 2018 che ha riguardato un prigioniero tunisino, che ha visto gli aguzzini inizialmente condannati (19), per poi assistere a un più recente ribaltamento della sentenza, per la quale, secondo la Cassazione, «non ci fu tortura» (20).
Nell’ex provincia fiorentina, tuttavia, si era instaurato un curioso rapporto di complicità tra agenti e detenuti, laddove questi ultimi gestivano letteralmente un traffico di droga senza farsi scrupoli nell’uso di droni e metodi mafiosi di ricatto e minacce ai danni degli altri reclusi (21), il tutto…con la connivenza degli agenti stessi (22).
Astenendoci dal citare i casi di Lucca e Grosseto, che annotano rispettivamente il carcere più sovraffollato d’Italia (95 detenuti su 37 posti: 256.8%, proprio in questi giorni si sono registrati due suicidi [23] [24]) e un 213% per una discreta concorrenza, non siamo usciti dai confini regionali, per la qual cosa avremmo dovuto menzionare anche Lodi, San Vittore, Canton Monbello, Udine, Latina, Regina Coeli, Rebibbia, Augusta, Frosinone, Bologna, Mammagialla (25) e Poggioreale con la sua stanza segreta delle torture (26). C’è tuttavia chi se ne occupa a livello più specifico e approfondito di noi, anche se riteniamo che dovrebbe essere data maggiore visibilità mediatica a esempi virtuosi come quello della Casa Circondariale Mario Gozzini, altresì nota come “Solliccianino”. Qui, infatti, i dati ufficiali (27) evidenziano una statistica straordinaria con zero suicidi, zero tentativi e un numero quasi nullo di episodi di autolesionismo. Quasi la metà della popolazione detenuta è inserita in percorsi di semilibertà o lavoro esterno; il regime detentivo si basa su una filosofia di “regime aperto” e fiducia. L’istituto sostiene inoltre attivamente il mantenimento degli affetti, partecipando a progetti nazionali come Bambini senza sbarre per tutelare il rapporto tra genitori reclusi e figli minori.
Si tratta però di gocce nell’oceano, oltretutto nascoste, a fronte di uno stato di cose più che sufficiente per mettere a tacere chi vorrà ancora frequentare i raduni degli orfani di Navalny, dei nostalgici dello Scià o delle spie dei Mojahedin-e-Khalq sproloquiando delle “prigioni russe e iraniane”, ricordando loro quel celebre passo del Vangelo di Matteo per cui prima di criticare la pagliuzza nell’occhio del tuo prossimo, è bene accorgersi prima della trave nel proprio.
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