Dopo sedici giorni di imbarazzato silenzio, Sara Funaro grida alla «macchina del fango» su Montedomini. Ma carte, date e protocolli sbugiardano la narrazione della giunta: mentre la sinistra vietava gli affitti brevi ai cittadini, l’ente pubblico riempiva di turisti i propri immobili
Ci sono voluti ben sedici giorni di imbarazzato mutismo, conditi da vertici blindati di partito e febbrili consultazioni di corridoio, prima che Sara Funaro trovasse il coraggio di rompere il silenzio sull’affare Montedomini. E la contromossa scelta dal primo cittadino – sciorinata con toni solenni e piccati sulle colonne dei quotidiani cittadini – è urlare alla «macchina del fango», distribuire patenti di «ignoranza o malafede» all’opposizione e ai comitati civici, e trincerarsi dietro la nobile storia secolare dell’ente di assistenza. Un copione trito e ritrito che vorrebbe trasformare un palese cortocircuito politico-amministrativo in un’ingiusta aggressione ad personam.
Peccato solo che la realtà delle carte e della cronologia documenti presenti un conto salatissimo e refrattario alle formule retoriche di Palazzo Vecchio. La tesi difensiva esibita dalla sindaca poggia su tre pilastri d’argilla: Montedomini non sarebbe una società partecipata ma un’Azienda di Servizi alla Persona dotata di autonomia contabile e gestionale; gli appartamenti destinati alla ricettività breve sarebbero una quota irrisoria (appena il 5 per cento del patrimonio); e soprattutto, le decisioni sui contratti turistici risalirebbero a un passato imprecisato, quando «le norme del Comune consentivano a tutti» di farlo, prima cioè del famoso blocco urbanistico agli affitti brevi nell’area Unesco introdotto nell’ottobre 2023.
Una ricostruzione irrimediabilmente smentita dai fatti e dai documenti. A smontare pezzo per pezzo la favola raccontata da Sara Funaro ci hanno pensato i numeri e le verifiche temporali sollevate dal portavoce del comitato Salviamo Firenze, Massimo Torelli, le cui contestazioni sono approdate fino ai banchi della Procura della Repubblica. Se è pur vero che la guerra agli affitti brevi è stata sbandierata da Palazzo Vecchio come una storica conquista ideologica contro la “turisticizzazione”, la realtà svela un’incoerenza fragorosa. Per gli alloggi del complesso di via Guelfa – in particolare per il civico 81 – i bandi di gara, la firma dei contratti d’affitto con i privati, le richieste di Codice Identificativo Nazionale (Cin) e persino il deposito delle Segnalazioni Certificate di Inizio Attività (Scia) turistiche recano date inequivocabili: 2024 e persino tardo 2025. Vale a dire mesi e anni successivi alla stretta anti-Airbnb sbandierata dal Comune.
Siamo dunque di fronte a un paradosso politico di proporzioni colossali. Da una parte, la maggioranza Pd-sinistra arringava la piazza e criminalizzava i piccoli proprietari in nome dell’emergenza abitativa e del decoro residenziale; dall’altra, il medesimo sistema cittadino – attraverso un ente assistenziale il cui Consiglio di Amministrazione per ben tre quinti è nominato direttamente dal Sindaco di Firenze – metteva a gara i propri immobili imponendo come criterio fondamentale il rialzo economico, incentivando la conversione ad uso turistico-ricettivo.
Tirare in ballo l’autonomia giuridica e patrimoniale dell’ASP per chiamarsi fuori dalla responsabilità politica è un esercizio di ginnastica acrobatica che sfiora il ridicolo. Sara Funaro non è certo una passante capitata per caso a Palazzo Vecchio. La sindaca conosce le stanze di Montedomini pietra su pietra: vi ha seduto nel Consiglio di Amministrazione dal 2009 al 2014, per poi guidare l’Assessorato al Welfare nella giunta comunale per ben dieci anni. Fingere oggi che la linea gestionale dell’ente sia cresciuta spontaneamente come un fungo, nell’insaputa della politica cittadina, equivale a trattare i fiorentini alla stregua di creduloni privi di memoria. Né può bastare, a fare da scudo morale, la sbandierata gratuità dell’incarico del presidente Maurizio Frittelli o i 550 anni di carità dell’istituzione. La nobiltà della storia e la generosità individuale non rappresentano un’indulgenza plenaria da spendere per coprire opacità procedurali e giravolte ideologiche.
Come ha efficacemente sintetizzato Torelli replicando alla sindaca, la parola chiave di questa vicenda non è un cavillo formale, ma la credibilità. Come può un’amministrazione pretendere di imporre vincoli etici e blocchi di mercato ai cittadini quando gli enti mossi e indirizzati dalla stessa politica cittadina marciano nella direzione opposta? Il colpo di grazia alla retorica difensiva di Funaro arriva, ironia della sorte, proprio dalle sue stesse decisioni. Se l’operato di Montedomini fosse stato irreprensibile, trasparente e coerente, per quale strano motivo la sindaca avrebbe dovuto annunciare d’urgenza la convocazione di un tavolo tecnico per «riscrivere il regolamento dell’ASP» e promettere l’inserimento di 30 alloggi sfitti nel Piano Casa comunale? La risposta è fin troppo evidente: l’annuncio delle “nuove regole” è la confessione implicita che il vecchio assetto era del tutto indefendibile. Promettere di ridisegnare il futuro è il tentativo goffo di stendere un velo pietoso su un passato imbarazzante, ma non basta a cancellare l’ipocrisia di chi ha predicato la severità al resto della città per poi fare cassa con i turisti in casa propria.

