Montedomini: il villino per donne disabili svuotato nel 2024 e un incarico legale per superare il vincolo sociale

Montedomini

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Per quasi cinquant’anni il villino di viale Galileo ha ospitato donne disabili. Nel 2024 il rapporto con l’associazione che lo gestiva si interrompe, l’immobile resta vuoto e nel marzo 2025 — secondo le ricostruzioni di stampa di questi giorni — Montedomini affida a un legale il compito di verificare se il vincolo di destinazione sociale possa essere superato

 

Il caso Montedomini continua ad allargarsi e, con gli ultimi articoli pubblicati dal Corriere Fiorentino e oggi da La Verità, assume contorni che l’amministrazione fiorentina non può più liquidare come una semplice questione gestionale interna all’Asp. Il punto non è soltanto il villino di viale Galileo. Il punto è che cosa sta accadendo al patrimonio di un ente nato con una precisa missione sociale, e quale sia oggi la priorità di chi lo amministra.

La storia di quell’immobile è, da questo punto di vista, difficilmente equivocabile. Secondo le ricostruzioni pubblicate in questi giorni, il villino fu lasciato nel 1923 dall’argentiere fiorentino Ugo Frilli all’ente Sant’Ambrogio — l’istituzione assistenziale che sarebbe poi confluita, con il decreto regionale del dicembre 2010, nell’attuale Asp Firenze Montedomini — con un vincolo di destinazione sociale. Dal 1976 al 2024, sempre stando alle stesse ricostruzioni, ha ospitato donne con disabilità attraverso l’associazione Maria Cristina Ogier.Non una destinazione teorica, dunque: una funzione sociale concretamente svolta per mezzo secolo.

Poi arriva la svolta. Nel 2024 Montedomini decide di non rinnovare il rapporto con l’associazione, che trasferisce le ospiti in un’altra struttura; il villino viene liberato. Una scelta gestionale che, naturalmente, può essere motivata e valutata nel merito. Ma c’è un particolare che cambia completamente la prospettiva: il 5 marzo 2025 — riferiscono le stesse fonti — Montedomini incarica un legale di verificare se sia possibile superare il vincolo di destinazione sociale imposto dal testamento. E oggi il villino è vuoto.

È questo il cortocircuito che l’amministrazione dovrebbe spiegare ai cittadini. Un immobile utilizzato per cinquant’anni per assistere persone fragili viene liberato dalla sua funzione sociale; successivamente si verifica la possibilità di superare il vincolo che quella funzione tutela; nel frattempo l’immobile rimane inutilizzato. È una domanda politica, prima ancora che amministrativa. Perché davanti a un patrimonio con una storia del genere, la prima domanda dovrebbe essere come continuare a garantirne una funzione pubblica e sociale. Se invece il ragionamento diventa principalmente quello di capire se e come un bene possa essere liberato dai suoi vincoli, allora è legittimo chiedersi quale sia diventata la vera missione dell’ente.

Ed è proprio qui che la vicenda di viale Galileo si incrocia con l’altro capitolo del caso Montedomini: gli immobili destinati o ipotizzati per attività turistico-ricettive. Il problema non è sostenere che ogni immobile dell’Asp debba necessariamente restare per sempre immutabile nella destinazione originaria: sarebbe una semplificazione. Un ente deve certamente poter amministrare il proprio patrimonio, adeguare i servizi e trovare risorse per svolgere le proprie funzioni. Ma una cosa è amministrare un patrimonio. Un’altra è considerarlo prevalentemente come un insieme di beni da mettere a reddito o da alienare.

E qui la politica deve pretendere risposte. Perché Montedomini non è un normale proprietario immobiliare. È un’Asp che amministra un patrimonio accumulato anche attraverso donazioni e lasciti destinati, in molti casi, all’assistenza. Ogni decisione su quegli immobili dovrebbe quindi essere valutata non soltanto in termini di rendimento economico, ma anche alla luce della missione sociale dell’ente.

Il villino di viale Galileo rende questa contraddizione plastica: prima si interrompe l’utilizzo per donne con disabilità, poi l’immobile rimane vuoto e contemporaneamente si studia se il vincolo sociale possa essere superato. Se esiste una ragione oggettiva per cui quella struttura non poteva più essere utilizzata per la sua precedente funzione, la si spieghi. Se esiste un progetto sociale alternativo, lo si presenti. Se una diversa destinazione è necessaria per finanziare altri servizi, si dica con chiarezza quali servizi e con quale rapporto costi-benefici. Ma non è sufficiente raccontare che il patrimonio deve essere “valorizzato”. Perché valorizzare non significa automaticamente vendere. E soprattutto non significa necessariamente sostituire una funzione sociale con una destinazione economicamente più redditizia.

C’è poi un’altra questione, che riguarda direttamente Palazzo Vecchio. La sindaca Sara Funaro non può essere chiamata a rispondere di ogni singola decisione amministrativa di Montedomini. Ma non può nemmeno essere considerata estranea a una vicenda che riguarda un patrimonio pubblico-sociale di questa rilevanza e scelte che hanno evidenti implicazioni politiche sulla città.

E allora la domanda è semplice: quale indirizzo politico ha dato il Comune a Montedomini sulla gestione del proprio patrimonio? È una domanda resa ancora più importante da quanto emerso nella Commissione Controllo del 3 agosto. Interrogato sugli atti di indirizzo che il Comune dovrebbe fornire all’azienda ai sensi della legge regionale toscana 43/2004, il presidente di Montedomini Maurizio Frittelli ne ha escluso la natura formale, parlando — secondo i resoconti della seduta — di sedi di concertazione: «Non sono indirizzi, sono luoghi concordati». Nella stessa seduta il consigliere Massimo Sabatini ha sollevato dubbi proprio sugli atti di indirizzo del Comune nei confronti dell’Asp, chiedendo maggiore chiarezza su documenti e procedure. Se questa è la fotografia, Palazzo Vecchio dovrebbe spiegare quale sia stato concretamente il proprio ruolo nella gestione di un patrimonio così delicato. Perché non si può avere contemporaneamente un’Asp pienamente autonoma quando arrivano le contestazioni e una responsabilità politica dell’amministrazione quando si vogliono rivendicare i risultati.

Il quadro che emerge dagli ultimi giorni è quindi molto più serio della singola polemica sugli affitti brevi. Da una parte ci sono immobili di Montedomini che vengono destinati o si ipotizza di destinare a finalità turistico-ricettive. Dall’altra c’è un immobile con una storia sociale precisa, utilizzato per cinquant’anni per donne con disabilità, che viene liberato, resta vuoto e diventa oggetto di un approfondimento legale sulla possibilità di superarne il vincolo.

È questa la direzione strategica del patrimonio di Montedomini? Se sì, qualcuno deve avere il coraggio di dirlo apertamente. Se invece non è così, l’amministrazione deve dimostrarlo con gli atti, con gli indirizzi, con i progetti e con una visione alternativa. Perché alla fine la questione è molto semplice: quando un ente che dovrebbe tutelare le persone fragili possiede un immobile nato proprio per una finalità sociale, la domanda non può essere soltanto quanto vale quel bene sul mercato. La prima domanda dovrebbe essere quanto vale per la città mantenerne la funzione.

E su viale Galileo, oggi, questa risposta non è ancora arrivata. Anzi, quello che è arrivato è un immobile vuoto, una destinazione sociale interrotta e un incarico legale per capire se quel vincolo possa essere superato. Non è la prova di qualcosa di illegittimo. È però una fotografia politica che l’amministrazione ha il dovere di spiegare.