FOCUS LFCV | La censura comincia quando il potere decide cosa possiamo leggere

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Un comunicato del Comune sulla tramvia viene modificato a due anni di distanza con un “ritocco” delle date: è questa la trasparenza degli archivi pubblici?

 

Ci sono parole che nella storia hanno un peso enorme e censura è una di queste. Una parola che, nel mondo dell’interconnessione globalizzata, credevamo consegnata ai posteri, ma ahimè non è così. Pronunciarla a proposito di una democrazia occidentale richiede prudenza perché, per fortuna, non ci sono giornalisti spediti nei gulag per un articolo o redazioni chiuse dalla polizia politica. Ma proprio per questo la libertà di stampa va difesa con ancora maggiore attenzione, perché la censura non si presenta sempre con la divisa.

A volte è molto più discreta e si presenta anche in colletto bianco. Può essere una pressione, una minaccia, una querela temeraria, un finanziamento che sparisce, un giornalista delegittimato o una redazione intimidita oppure, nel mondo digitale, persino un contenuto modificato a posteriori. È per questo che l’ultima vicenda fiorentina, quella del comunicato “truccato”, merita di essere guardata con grande attenzione. Non perché la rettifica di un comunicato stampa pregresso sia paragonabile alla censura fascista o ai sistemi repressivi dell’Unione Sovietica. Non lo è, ma ogni volta che il potere interviene sull’informazione bisogna chiedersi dove finisca la legittima correzione di un errore e dove cominci la tentazione di riscrivere ciò che è stato detto, e questa domanda, in una democrazia, non è mai fuori luogo.

La storia della censura è molto più antica dei giornali. Nell’antica Roma il controllo delle parole faceva parte degli strumenti attraverso cui il potere proteggeva l’ordine politico e morale. Molti secoli dopo, nell’Europa medievale, il controllo delle idee assunse forme sistematiche con l’Inquisizione. Poi, con l’arrivo della stampa a caratteri mobili e la produzione e diffusione dei libri, cambiò tutto, perché controllare le idee significava controllare anche ciò che le persone potevano leggere. Nacquero gli indici dei libri proibiti e qui la storia ci consegna una lezione che resta attualissima: il controllo dell’informazione non consiste soltanto nel vietare una notizia. Consiste anche nel decidere quale versione della realtà deve arrivare al cittadino.

In Italia la memoria più importante, tragica, è naturalmente quella del fascismo, quando la libertà di stampa venne sistematicamente svuotata, costruendo un sistema in cui si controllavano i giornali, si condizionavano le redazioni, si imponevano direttive e si cancellava il pluralismo. Benito Mussolini trasformò l’informazione in uno strumento del regime, in cui il giornalista non doveva più raccontare ciò che accadeva, ma doveva raccontarlo nel modo stabilito dal potere. Fu anche per rompere con quella esperienza che la neonata Repubblica italiana scrisse nella propria Costituzione una frase di straordinaria nettezza: “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.” Non è una frase ornamentale, ma un monito. È la risposta migliore di una Repubblica nata dopo vent’anni di una dittatura sanguinaria alla domanda più elementare di ogni democrazia: chi decide ciò che possiamo sapere?

Anche il nazismo, che drammaticamente al fascismo s’ispirava, fece della censura uno dei suoi strumenti centrali: trasformò giornali, radio, cinema, editoria e cultura in una gigantesca macchina di costruzione del consenso. Le informazioni venivano selezionate e modellate secondo gli interessi del regime e la propaganda doveva soprattutto impedire che circolassero versioni alternative dei fatti. E questo è uno dei passaggi più inquietanti della storia della censura: il potere non ha bisogno che tutti credano alla sua versione. Gli basta che nessuno riesca più a dimostrare che è falsa.

Anche nell’Unione Sovietica la stampa fu ricondotta sotto il controllo del Partito. I giornali non erano pensati come strumenti attraverso i quali il potere parlava alla società. La Pravda — il cui stesso nome significa “verità” — divenne l’organo centrale della propaganda sovietica. Il paradosso, a pensarci, è quasi perfetto: il giornale che porta il nome di “verità” non deve necessariamente cercarla, ma deve trasmettere quella ufficiale. È la differenza fondamentale tra informazione e propaganda: la prima può mettere in discussione il potere, la seconda gli chiede di essere creduto.

La caduta dei regimi comunisti europei non ha cancellato dal nostro mondo la censura, che ha semplicemente cambiato le sue forme, come avviene nella Cina contemporanea, che rappresenta uno degli esempi più evidenti di un sistema nel quale il controllo dell’informazione rimane fortemente legato al potere politico. Anche la globalizzazione e l’avvento di internet non hanno cancellato la censura, l’hanno semplicemente resa più sofisticata. Si possono filtrare le informazioni, rimuovere i contenuti, controllare le piattaforme, limitare l’accesso, sorvegliare gli utenti e far scomparire una notizia dal flusso. È la censura del XXI secolo, quella che può essere invisibile e proprio per questo può essere più difficile da riconoscere.

Oggi la libertà di stampa non è un dato acquisito una volta per tutte. Reporters Without Borders monitora 180 Paesi e territori attraverso il World Press Freedom Index e nel 2026 l’organizzazione ha parlato di un nuovo minimo storico dell’indice nei suoi 25 anni di esistenza, sottolineando il deterioramento globale della libertà di stampa e l’evoluzione delle forme di pressione sui giornalisti. La minaccia non arriva soltanto dai regimi autoritari: arriva anche dalla fragilità economica dei media, dalla concentrazione della proprietà, dalle pressioni politiche, dalle intimidazioni, dalle cause giudiziarie usate come arma per scoraggiare l’attività giornalistica e dalle campagne di delegittimazione.

La censura contemporanea, insomma, non ha necessariamente bisogno di una forbice: può usare un avvocato, un ufficio stampa, un algoritmo, una minaccia economica, una campagna social o, più semplicemente, la capacità del potere di rendere scomodo il lavoro di chi fa domande.

L’Italia, lo ribadiamo, ha una delle protezioni costituzionali più nette. L’articolo 21 non lascia molto spazio all’interpretazione: la stampa non può essere sottoposta ad autorizzazioni o censure, ma una libertà formalmente garantita non significa che il giornalismo sia sempre libero da pressioni. La stessa classifica internazionale di RSF fotografa un quadro problematico e indica tra le minacce alla libertà di stampa italiana anche le pressioni politiche. E allora la domanda diventa più sottile.

Ed è qui che arriviamo al caso fiorentino, perché la questione che riguarda l’assessore alla (im)mobilità non va trasformata in ciò che non è. Nel Soviet Fiorentino, per fortuna, non c’è un Assessorato Alla Propaganda né la Polizia Municipale Politica, ma proprio per questo bisogna interrogarsi su un episodio quantomeno inquietante che riguarda la modifica a posteriori di un comunicato istituzionale pubblicato sulla rete civica due anni prima. Il comunicato, ampiamente ripreso ai tempi dalla stampa locale, riguardava la tramvia e conteneva dichiarazioni con una previsione sui tempi di completamento dell’opera. Una previsione che, alla luce degli sviluppi successivi dei cantieri, si è rivelata non realizzabile. Oggi quella comunicazione è stata rettificata online sulla rete civica del Comune di Firenze, per sbugiardare il giornalista che aveva segnalato lo slittamento di quella data.

L’opposizione politica è insorta. Il consigliere di FdI Giovanni Gandolfo è netto: “Quando un’amministrazione sbaglia una previsione, lo ammette. Quando un’opera slitta, ne spiega le ragioni. Quando un impegno non viene rispettato, se ne assume la responsabilità.” E conclude: “Non si riscrive a posteriori la comunicazione istituzionale” per rendere il passato più comodo.

Durissima anche la capogruppo Cecilia Del Re (Firenze Democratica): “Quello che una nota emittente radiofonica ha raccontato oggi circa la rettifica di comunicati stampa pregressi in rete civica del Comune, con tanto di documenti e screenshot pubblicati nel post, è grave e riguarda direttamente il rapporto di fiducia tra giunta e città. Perché, se davvero si modificano comunicati ufficiali diramati quasi due anni prima per evitare di smentirsi rispetto alle date di fine lavori annunciate, con quale credibilità la città continuerà a leggere i comunicati stampa dell’amministrazione? Non pensavamo si potesse arrivare a tanto” e ci auguriamo che su questo fatto sia fatta chiarezza da parte di tutti i soggetti preposti. Noi manderemo segnalazione alla segreteria generale a tutela della trasparenza e del buon andamento della pubblica amministrazione”.

Un episodio gravissimo perché mette in dubbio la fiducia che i cittadini devono avere verso chi li amministra. Il problema non è cancellare o cambiare una data. È cancellare la memoria, o almeno tentare di farlo. Una pubblica amministrazione ha il dovere di correggere le informazioni sbagliate, ma dovrebbe farlo con la massima trasparenza. Magari emettendo un nuovo comunicato stampa, lasciando visibile il testo originario e spiegando il perché dei ritardi. Soprattutto senza creare l’impressione che ciò che ieri era stato ufficialmente dichiarato oggi non sia mai esistito. Perché gli archivi pubblici non sono una lavagna che si cancella con un colpo di cimosa. La memoria amministrativa veicolata sulla rete civica appartiene a tutti i fiorentini e non alla giunta di turno, all’assessore di turno o all’ufficio stampa.

La stampa dà fastidio perché, per suo dovere, oltre a vivere nel presente vive anche nel passato. Un amministratore può dire oggi: “Il progetto procede” e il giornalista può rispondere: “Va bene, ma due anni fa avete detto questo”. Può sembrare una domanda banale, è invece una delle funzioni più importanti del giornalismo: ricordare ciò che il potere ha detto. Mettere le dichiarazioni una accanto all’altra, confrontare le promesse con i risultati, chiedere conto delle date, controllare i numeri, verificare i fatti. Non per ostilità, perché questo è il mestiere di giornalista.

Qui sta forse il punto fondamentale. Una buona amministrazione non deve necessariamente amare tutti gli articoli che la riguardano. Non deve approvare ogni titolo, non deve pretendere che un giornalista sia “corretto” nel senso di essere benevolo. Deve pretendere — e deve anche esigere — che il giornalista sia corretto nel senso più serio del termine: accurato, verificabile, documentato. Se un articolo è falso, lo si contesta; se contiene un errore, si chiede rettifica e si fa correggere; se è diffamatorio, esistono gli strumenti previsti dalla legge. Ma una cosa non dovrebbe mai accadere: che il potere pretenda di stabilire quale versione della realtà debba rimanere negli archivi. Perché quello è un confine delicato e i confini della libertà vanno difesi soprattutto quando attraversarli sembra conveniente. La vicenda della rettifica del comunicato sulla tramvia, dunque, merita una spiegazione pubblica. Non una polemica sui social, non una guerra tra politici e giornalisti, non un’accusa generica di censura. È una spiegazione.

Perché è stata modificata la pagina? Chi ha deciso la rettifica? Ancora, perché non è più possibile consultare integralmente la versione originaria? Quale documento dimostrava, all’epoca, che quella data fosse realistica? E infine: chi si assume la responsabilità politica di quella previsione sballata e di questa modifica online? Sono domande normali, esattamente quelle che una stampa libera deve poter fare. Non servono paragoni estremi per difendere un principio elementare: la democrazia si difende anche nei comunicati, negli archivi, nelle domande scomode e nella possibilità di dire al potere: “Questo lo avete detto voi e noi lo ricordiamo.”

Alla fine, il tema non è una data della tramvia, ma se chi governa Firenze considera la stampa un fastidio da gestire o un controllo democratico da rispettare. Una stampa libera non è quella che racconta bene l’amministrazione, ma quella che può raccontarla anche male, quando i fatti lo impongono.