Affordable Housing Act, a chi governa Firenze piace la stretta sulla proprietà privata

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Prima gli affitti brevi, poi le seconde case? L’Affordable Housing Act apre un fronte delicato per Firenze, dove 27 zone OMI su 34 rientrerebbero nei parametri dello “stress abitativo”. Un dato che potrebbe ampliare notevolmente il margine d’azione del Comune

 

A chi governa Firenze, l’Affordable Housing Act made in EU sembra piacere. E parecchio. Da Palazzo Vecchio arrivano infatti valutazioni positive sulla possibilità, prevista dalla proposta della Commissione europea, di consentire agli amministratori locali di intervenire con ulteriori limitazioni sugli affitti brevi nelle aree considerate sotto pressione abitativa. Una posizione che si inserisce perfettamente nella linea già seguita dall’amministrazione. Anche il sindaco Sara Funaro ha definito il provvedimento un passo nella direzione indicata da Firenze da tempo.

Ieri Repubblica Firenze tornava sull’argomento, evidenziando come, applicando i parametri europei, ben 27 zone OMI su 34 rientrerebbero nella categoria dello “stress abitativo”: in sostanza, circa l’80% del territorio cittadino. Un dato che, se confermato nel percorso legislativo, offrirebbe a Palazzo Vecchio un margine di intervento potenzialmente molto ampio.

Il problema, però, non è stabilire oggi se gli affitti brevi rappresentino un problema per Firenze. Il problema è come e fino a dove si intenda arrivare per affrontarlo.

Perché se il Comune guarda con entusiasmo alla possibilità di ampliare il proprio raggio d’azione sugli affitti brevi, affidandosi ancora una volta a studi, mappature territoriali e criteri come quelli delle zone OMI, viene spontaneo chiedersi quale sarà il confine successivo. E qui entra in scena anche quella che appare quasi una fiducia a prova di dubbio negli studi del professor Filippo Celata della Sapienza, già utilizzati per fotografare lo “stress abitativo” di Firenze. Sarà pure autorevole il professore, per carità, ma quando una stessa chiave di lettura finisce per diventare la base scientifica di decisioni che incidono sulle libertà dei proprietari, forse qualche domanda in più e qualche certezza in meno non guasterebbero.

Anche perché la proposta europea non guarda soltanto agli affitti brevi. Il testo apre infatti alla possibilità di intervenire anche sull’acquisto di immobili che non costituiscano abitazione principale o che non siano destinati alla locazione di lungo periodo. Si entra dunque in un terreno assai più delicato: seconde case, immobili vuoti e, più in generale, modalità di utilizzo della proprietà privata.

Ed è proprio su questo aspetto che da Firenze si sente molto meno entusiasmo. Non è un processo alle intenzioni. Nessuno sostiene che Palazzo Vecchio abbia già deciso di limitare la proprietà delle seconde case. Ma l’apprezzamento per uno strumento europeo che amplia la possibilità degli enti locali di intervenire sul mercato immobiliare è comunque un segnale politico preciso. E merita di essere osservato con molta attenzione, soprattutto quando la direzione sembra essere quella di aggiungere progressivamente nuovi vincoli all’utilizzo di un bene privato.

Peraltro l’Affordable Housing Act è ancora una proposta e dovrà affrontare il normale iter legislativo europeo. Non è dunque una norma già in vigore né un assegno in bianco consegnato ai Comuni. Ed è proprio per questo che sarebbe interessante conoscere fin da ora la posizione di Palazzo Vecchio anche sulla parte più controversa: affitti brevi sì, ma seconde case? Immobili sfitti? Limitazioni all’acquisto? E con quali garanzie per chi possiede legittimamente un immobile?

Firenze ha tutto il diritto di chiedere più case disponibili e affitti sostenibili. Ma i cittadini hanno altrettanto diritto di sapere dove l’amministrazione intende fermarsi. Perché combattere l’emergenza abitativa è una cosa. Considerare ogni nuova restrizione sulla proprietà privata come una buona notizia è un’altra. E il confine tra le due, a Firenze, sarebbe bene iniziare a discuterlo prima che a Bruxelles qualcuno decida per tutti.