Il sovraffollamento del carcere della Dogaia torna al centro del dibattito a Prato dopo gli ultimi episodi di cronaca. A lanciare l’allarme e una proposta è Filippo Boretti, architetto, che in un intervento pubblicato su La Nazione di oggi chiede a Comune e Regione di guardare all’esperienza lombarda.
«Quanto accaduto domenica tra la Dogaia e il pronto soccorso di Prato appartiene alla cronaca. Ma una frase del procuratore Luca Tescaroli porta il caso oltre la cronaca: attorno alla Dogaia si perpetua l’illegalità», scrive Boretti.
Il punto sono i numeri: alla fine di giugno nel carcere pratese erano presenti 632 detenuti per 589 posti regolamentari. Gli stranieri erano 325: il 51,4%. Un dato che, precisa, «non autorizza alcuna equivalenza tra immigrazione e criminalità, ma impone una domanda che Giani e il Pd toscano e pratese tendono a evitare».
Quale? «Il sovraffollamento si affronta soltanto chiedendo allo Stato più personale, più posti e più risorse oppure anche chiedendogli di rendere effettivi, nei casi previsti dalla legge e dagli accordi internazionali, espulsioni, rimpatri e trasferimenti nei Paesi d’origine?».
Per Boretti la risposta deve essere doppia: «Uno Stato di diritto deve garantire a chiunque processo, difesa, salute e dignità». Ma «garantire diritti fondamentali non significa riconoscere un diritto indefinito alla permanenza». E quindi: «Quando ricorrano i presupposti di legge per l’espulsione, quella decisione deve poter essere eseguita».
Da qui l’esempio da copiare. «La Lombardia ha compiuto almeno un passo politico ulteriore. Il Consiglio regionale ha approvato un ordine del giorno per un programma sperimentale, in raccordo con Governo e autorità competenti, rivolto prioritariamente a detenuti extracomunitari prossimi alla fine pena o con pena residua non superiore a due anni, per favorire, nei casi consentiti dalla legge, espulsione, rientro e reinserimento nei Paesi d’origine».
La proposta a Prato è chiara. «Prato – secondo Boretti – dovrebbe almeno porsi la stessa questione e portarla con la dovuta forza sul tavolo della Regione». Perché «chiedere più sicurezza alla Dogaia e condizioni migliori per agenti e detenuti è necessario. Considerare invece inevitabile che il carcere continui a riempirsi senza domandarsi chi possa legittimamente essere espulso o trasferito significa accettare il problema anziché governarlo».
In conclusione, Boretti riflette sul ruolo del governo: «Negli ultimi anni, il Governo Meloni ha ridotto significativamente gli ingressi e rafforzato i rimpatri. Ma la sovranità non consiste soltanto nel decidere chi entra in Italia. Consiste anche nel rendere effettiva la decisione su chi non ha più diritto di restare. E nel preoccuparsi che questo avvenga anche nella nostra regione e nella nostra città».

