FOCUS LFCV | Tranvia, cubi, cilindri e resort di lusso: compie dieci anni il totalitarismo del brutto targato Pessina-Ranaldi

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È passato un mese dal decimo anniversario dall’entrata in carica di Andrea Pessina come soprintendente, avvenuta il 30 giugno 2016 a seguito della scadenza del mandato di Alessandra Marino e restatovi fino all’ottobre 2022, prima dell’avvento di Antonella Ranaldi.

Se i sette anni della gestione Marino sono stati caratterizzati da un estremo rigore, e che forse proprio per questo si decise, dieci anni fa, di fondere la Soprintendenza in un ente unico, con Pessina i freni hanno cominciato ad allentarsi fino all’arbitrio totale dei giorni nostri.

Buona parte dei lettori ricorderà come nel 2009 Marino si pose di traverso già alla semplice idea dell’allora giunta Renzi di organizzare un referendum per il completamento della facciata della Basilica di San Lorenzo, asserendo, addirittura con una lettera pubblica (“ardire” impensabile sotto il regime conformista funariano!), che l’intera operazione mirasse a dar vita a un falso storico” antiscientifico senza la mano e la mente di Michelangelo (1). Il tentativo, quindi, abortì, ma fu con la questione TAV che si attirò l’odio di imprenditori e tecnici affiliati al Comune.

Marino, infatti, si trovò a gestire l’intricato dossier del sottoattraversamento dell’Alta Velocità, un’opera massiccia e fortemente contestata dai comitati cittadini per i potenziali rischi di vibrazione sui monumenti storici, tra cui la Cupola del Brunelleschi (2), per i quali quegli stessi imprenditori e tecnici furono peraltro indagati nel 2013, ebbero a lamentarsi definendola un «ostacolo» al loro «gioco di squadra», pertanto una «nemica della squadra». L’allora soprintendente, comunque, non recedé dalla sua posizione (3).

Fu sempre lei a risolvere l’annosa questione della Loggia di Isozaki, osteggiata, tra gli altri, anche dallo stesso Ministero della Cultura (4) e da Vittorio Sgarbi (5), e sprovvista pure dei fondi per la sua realizzazione nonostante il concorso internazionale vinto nel 1998. Non potendola quindi costruire neanche volendo, la gru e il cantiere sono rimasti in Piazza del Grano fino all’anno scorso (6).

Ugualmente netto fu il suo diniego alla riconversione urbanistica dell’area dell’ex Teatro comunale: quello che oggi è diventato il tristemente noto cubo nero.

Marino impose infatti una serie di rigide prescrizioni paesaggistiche: altezze controllate, uso di materiali tradizionali coerenti con il tessuto ottocentesco e pietra per i rivestimenti esterni, un provvedimento che puntava a mitigare l’impatto visivo dai lungarni ma che è stato progressivamente ribaltato nel corso di questo decennio.

Sebbene sia stato spregiativamente etichettato come «Signor No» per la sua percepita “eccessiva severità” nel rispetto dei vincoli e nei confronti degli stravolgimenti estetico-urbanistici della città, non si oppose fino in fondo alla modifica dei pali della tranvia, soprattutto in Piazza della Libertà e in Piazza San Marco. Anzi, sotto la sua gestione furono sbloccate la privatizzazione e la riconversione di enormi complessi storici, come l’ex Manifattura Tabacchi, l’ex Caserma Vittorio Veneto in Costa San Giorgio e l’ex Tribunale di San Firenze. Il cubo nero, da parte sua, si è rivelato “maledetto” anche per lui, essendo finito indagato insieme ad altri 14 funzionari comunali per abuso edilizio, falso ideologico e violazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio, per le difformità nell’iter di concessione dell’autorizzazione paesaggistica nel 2020 (7).

Con la gestione Ranaldi, oltre al caso del cubo nero sono esplosi anche quelli del cilindro Iliad in viale Belfiore (8) e il proliferare degli affitti brevi, che hanno riguardato gli ex ospedali militari di via San Gallo (9) e via di Monte Oliveto (bloccato, almeno per il momento [10]), l’ex Convitto della Calza (11) e il convento dei frati agostiniani in Santo Spirito, che si voleva trasformare in una RSA di lusso (12), per non parlare del progetto di Costa San Giorgio (13).

Con la cronica carenza di personale che attanaglia la Soprintendenza e gli altri progetti in stallo, come l’espansione della tranvia verso Bagno a Ripoli, i contestuali lavori sul Ponte da Verrazzano e il dilemma dello stadio, non c’è dubbio che l’era Funaro verrà ricordata come il totalitarismo del brutto, della stagnazione e dell’irrazionalità.

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