Dopo oltre settant’anni, il panificio storico del quartiere abbassa le serrande per sempre. «I costi sono lievitati, attività sempre meno redditizia», dice Marco Pugi, tra rincari delle materie prime e abitudini che cambiano
C’è un odore che a San Jacopino non si sentirà più la mattina presto: quello del pane appena sfornato in via Doni. Il forno Pugi, attivo nel quartiere dal 1954 e diventato negli anni un punto di riferimento per intere generazioni di fiorentini, ha chiuso. Lo annuncia il Comitato Cittadini Attivi San Jacopino, raccogliendo lo sconforto di un’intera comunità di vicinato.
Da una parte i rincari fuori misura — energia, materie prime, affitti — dall’altra il calo degli introiti. Una forbice che, per una bottega artigiana che vive di margini sottili e di lavoro quotidiano, si è fatta insostenibile.
Il nome Pugi, a Firenze, è quasi sinonimo della famosa e squisita schiacciata all’olio. Tutto parte da Lorenzo Pugi, che nel 1925 aprì il forno originario dalle parti di Campo di Marte, in viale De Amicis. Alla sua morte, nel 1951, i due figli presero strade diverse. Marcello — il futuro «re della schiacciata», scomparso a 90 anni alla fine del 2023 — proseguì l’attività di famiglia, dando vita a quella che sarebbe diventata un’istituzione cittadina, con i punti vendita oggi noti a tutti: viale De Amicis, piazza San Marco, via San Gallo, via Orsini, tuttora in attività e portati avanti dal figlio Lorenzo, terza generazione.
Il fratello Gianfranco, invece, scelse di mettersi in proprio. Dopo gli anni passati a imparare il mestiere accanto al padre e a Marcello, nel 1954 aprì il suo forno in via Anton Francesco Doni, in pieno San Jacopino, insieme alla moglie Carla — mantenendo, naturalmente, l’insegna Pugi. L’attività era poi passata ai figli Marco e Paolo. È questo il forno che oggi chiude, per mano di Marco Pugi: stesso sangue, stessa scuola del Pugi , ma un banco e una clientela tutti suoi, lontani dai circuiti turistici del centro.
Era lì che i ragazzi del rione si fermavano tra una lezione e l’altra, dove i clienti di sempre entravano sapendo già cosa avrebbero trovato sul bancone: il pane di ogni tipo, la pizza e le pizzette, i dolci da forno e, naturalmente, la schiacciata all’olio sfornata ogni giorno. Bontà semplici, fatte bene, che hanno deliziato il quartiere per decenni. A pesare, oltre alla perdita in sé, è il sospetto su ciò che verrà dopo. Secondo il Comitato San Jacopino, «continuiamo a perdere la nostra identità e la tradizione fiorentina di vicinato».
L’abbraccio collettivo a Marco Pugi, diffuso sui social con gli hashtag #fornopugi, #negozidiquartiere e #botteghedivicinato, è insieme un saluto e una denuncia. Perché dietro la singola saracinesca abbassata si legge un fenomeno che ha dimensioni ben più ampie.
In Toscana sono oltre 700 i negozi storici scomparsi in cinque anni: mercerie, edicole, alimentari, botteghe centenarie che hanno cessato l’attività una dopo l’altra. Solo a Firenze, nel corso del 2025, hanno chiuso insegne come Dreoni Giocattoli, in centro da oltre un secolo, la Merceria Albertina al Mercato Centrale dopo 75 anni e Bacci Tessuti in via dell’Ariento, riferimento per artigiani e professionisti. Sono numeri che restituiscono la misura di un cambiamento profondo: i costi crescenti, la concorrenza, la pressione di un mercato immobiliare che premia altre destinazioni d’uso, e una clientela di prossimità che si assottiglia. Le botteghe di vicinato — quelle in cui ci si conosce per nome, in cui il commercio è anche relazione e presidio sociale del quartiere — pagano il conto più salato.
A San Jacopino, intanto, resta il vuoto di un forno spento. E la sensazione, condivisa da molti, che ogni serranda che si abbassa porti via con sé un pezzo di città difficile da ricostruire.
