Crescita sotto la media nazionale, salari ancora in affanno e imprese poco innovative: la fotografia impietosa della Toscana nell’era Giani
Per anni la narrazione ufficiale della Toscana ha raccontato una regione dinamica, attrattiva, locomotiva del Centro Italia. Ma i numeri contenuti nell’ultimo rapporto della Banca d’Italia sull’economia regionale raccontano una realtà molto diversa: la Toscana cresce meno dell’Italia, accumula ritardi strutturali e vede affievolirsi i suoi tradizionali motori di sviluppo.
Nel 2025 il Pil toscano è aumentato appena dello 0,4%, contro lo 0,5% della media nazionale. Una differenza apparentemente modesta, che però assume un significato politico ed economico molto più rilevante se inserita in una tendenza ormai consolidata. Bankitalia sottolinea infatti che dall’inizio della pandemia il valore aggiunto regionale è cresciuto meno rispetto al resto del Paese. In altre parole, mentre l’Italia rallenta, la Toscana rallenta ancora di più.
Si tratta di una fotografia che pone interrogativi pesanti sulla gestione economica della Regione. Perché il problema non è soltanto la congiuntura internazionale o la crisi di alcuni comparti produttivi. Il rapporto individua chiaramente una serie di debolezze strutturali che continuano a frenare la competitività toscana.
Il primo campanello d’allarme riguarda la produttività. La crescita degli ultimi anni non è stata trainata dall’innovazione o dall’efficienza delle imprese, ma soprattutto dall’aumento dell’occupazione. Un’occupazione che Bankitalia definisce in larga misura “di bassa qualità”. Nel frattempo la produttività del lavoro è rimasta sostanzialmente ferma. Un modello che può funzionare nel breve periodo ma che, nel medio termine, condanna il territorio a una crescita debole e salari stagnanti.
Anche il mercato del lavoro mostra segnali meno rassicuranti di quanto appaia. Dopo anni di espansione, nel 2025 l’occupazione si è fermata. Cresce il ricorso agli ammortizzatori sociali e, nonostante gli aumenti salariali, i lavoratori toscani non hanno ancora recuperato la perdita di potere d’acquisto accumulata durante la stagione inflazionistica. Un dato particolarmente significativo perché Bankitalia evidenzia come le dinamiche retributive regionali siano state peggiori rispetto alla media italiana.
La crisi del manifatturiero continua inoltre a rappresentare una zavorra. La moda, uno dei simboli dell’economia toscana, resta lontana dai livelli precedenti alla crisi iniziata nel 2023. Le esportazioni crescono, ma il beneficio per il territorio è limitato. A trainare i dati sono soprattutto comparti come metalli preziosi e farmaceutica, caratterizzati da una ridotta capacità di generare valore aggiunto e occupazione locale rispetto ai numeri dell’export.
Ancora più preoccupanti sono le considerazioni sul tessuto produttivo regionale. La Toscana continua a essere caratterizzata da una forte presenza di micro e piccole imprese, mediamente meno produttive e meno capaci di investire in innovazione. La partecipazione alle filiere tecnologicamente più avanzate resta modesta e la presenza di settori ad alta intensità di conoscenza è inferiore rispetto alle regioni più sviluppate del Centro-Nord.
Il risultato è che il divario con i territori economicamente più forti non si riduce: aumenta. Bankitalia afferma senza giri di parole che “i ritardi economici rispetto alle regioni più sviluppate del Centro Nord sono cresciuti”. Una frase che dovrebbe suonare come un allarme per la politica regionale.
Neppure il fronte dell’innovazione offre motivi di particolare ottimismo. I brevetti sono in linea con la media nazionale ma inferiori alle regioni più avanzate. Gli spin-off universitari nascono, ma faticano a consolidarsi. Le risorse pubbliche destinate a ricerca e innovazione sono consistenti, ma spesso disperse in una molteplicità di interventi frammentati che ne riducono l’efficacia.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la questione demografica. L’invecchiamento della popolazione sottrae forza lavoro e capacità imprenditoriale. I flussi migratori compensano solo in parte il saldo naturale negativo e sono concentrati prevalentemente su persone con livelli di istruzione bassi. Parallelamente, nelle numerose aziende familiari toscane cresce il rischio di un mancato ricambio generazionale.
L’unica vera spinta all’economia arriva ancora dalla spesa pubblica. Le costruzioni tengono grazie agli investimenti pubblici e al PNRR. Gli enti locali continuano ad aumentare gli investimenti e la digitalizzazione della pubblica amministrazione registra miglioramenti. Ma proprio questo elemento apre una domanda cruciale: cosa accadrà quando la spinta delle risorse del PNRR verrà meno?
Le prospettive per il 2026 non offrono molte rassicurazioni. Le imprese prevedono investimenti in calo, mentre il contesto internazionale resta segnato dalle tensioni geopolitiche e dall’aumento dei costi energetici. Le aspettative sul fatturato sono orientate alla semplice stabilità, non certo alla crescita.
Dietro l’immagine di una Toscana che continua ad attrarre turisti e a beneficiare della propria reputazione internazionale, emerge dunque una realtà più fragile. Una regione che cresce meno dell’Italia, che investe poco nelle tecnologie avanzate, che perde terreno rispetto alle aree più dinamiche del Paese e che fatica a trasformare le proprie eccellenze in sviluppo diffuso.
Per la giunta Giani il problema non è più soltanto governare l’ordinario. La sfida è invertire una traiettoria che, secondo la stessa Banca d’Italia, sta progressivamente allontanando la Toscana dalle regioni leader del Centro-Nord. E i numeri mostrano che il tempo a disposizione non è infinito.
