La tramvia fra sociologia, antropologia e politica: l’ultimo vagone dell’”uomo maschio bianco”

collesei

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C’è qualcosa di straordinariamente rivelatore  e involontariamente comico nelle dichiarazioni che ogni tanto emergono dal dibattito politico locale. Il Soviet Fiorentino consegna alla storia un’altra perla

 

Passerà sicuramente alla storia della Firenze repubblicana l’ultima boutade, in ordine di tempo, uscita dal caldissimo (e non solo metaforicamente parlando) Salone dei Duecento di Palazzo Vecchio. A dire il vero, è forse proprio la durezza del clima, con temperature roventi da bollino rosso che, come sappiamo, generano molti fastidi al corpo umano, compresi annebbiamenti e vertigini, ad aver giocato un brutto scherzo alla consigliera Stefania Collesei (PD), donna e politica di navigata esperienza, con un grande pedigree politico, che solo per gli effetti del caldo torrido poteva scivolare su questa “buccia di banana”.

Nel corso del dibattito – che a volte, lo confessiamo, scade in una noia mortale – l’ex presidente del Quartiere 5 ci ha illuminato con un discorso a metà fra sociologia, antropologia e politica, secondo cui la tramvia di Firenze sarebbe scarsamente frequentata dall’”uomo maschio bianco”, di fatto scomparso dal paesaggio urbano su rotaia.

Senza disturbare Darwin e la sua teoria dell’evoluzione della specie (urbana, in questo caso), la fotografia di Collesei è interessante.

L’antropologia del vagone parla chiaro. Proviamo per un momento a prendere sul serio la sua affermazione. Se davvero la tramvia fosse frequentata prevalentemente da donne (di ogni razza ed etnia) e da uomini stranieri (spesso clandestini, criminali e venditori di morte), la domanda non è: «Dove sono finiti gli uomini bianchi?», ma piuttosto: «Chi usa davvero il trasporto pubblico oggi?». La risposta, banalmente, è: chi ne ha bisogno.

Studenti, lavoratori, pendolari, chi non ha un’auto o sceglie di non usarla. E ancora più paradossale è che tale affermazione sia giunta all’indomani del doppio rogo che ha visto coinvolti un vagone della tramvia e un autobus, entrambi andati a fuoco.

In altre parole, una fotografia sociale prima ancora che etnica. Ed è qui che l’ironia si trasforma in sociologia. Perché, se il “grande assente” è l’uomo bianco, forse non è sparito: è semplicemente altrove. In auto, in scooter, in zone meno servite, dove il mezzo pubblico resta introvabile.

Il punto interessante, però, è un altro: non tanto ciò che si vede, quanto il modo in cui lo si interpreta. La tramvia, in fondo, è uno dei pochi luoghi davvero democratici rimasti: non chiede chi sei, ma dove devi andare. Eppure diventa improvvisamente uno specchio scomodo, nel quale si evidenzia una frattura: quella tra chi usa i servizi pubblici e chi può permettersi di evitarli.

Non è una questione di colore della pelle, ma di accesso, abitudini e reddito. Tradotto: classe sociale, prima ancora che etnia. Ri-tradotto: l’ideologia del Soviet fiorentino si scontra ancora una volta contro la durezza della realtà empirica.

Se davvero la tramvia è “senza uomini bianchi”, forse non è il segno di una trasformazione etnica della città, ma, molto più banalmente, il segno di una separazione invisibile ma concreta tra chi usa i servizi pubblici e chi no. Il resto è narrazione, costruita per far sentire in colpa chi è contrario a un progetto vecchio di quarant’anni, che costa una follia e che massacra alberi e salute dei fiorentini.