L’inchiesta di Somigli, la rete cooperativo-immobiliare e le domande ancora aperte sulla trasformazione di Prato Ovest.
di Filippo Boretti (architetto)
L’articolo pubblicato ieri da Lorenzo Somigli su La Firenze Che Vorrei ha un merito preciso: prova a osservare ciò che normalmente rimane sullo sfondo: la rete di persone, incarichi, cooperative, società immobiliari e relazioni professionali che per decenni ha operato nel punto d’incontro fra politica comunale e trasformazione del territorio.
Solleva però una domanda che la politica pratese non può liquidare appellandosi alla regolarità formale del procedimento: quanto ha inciso nel tempo il sistema cooperativo-immobiliare sulla costruzione delle previsioni urbanistiche di Prato Ovest e sulla loro successiva attuazione?
Il 16 luglio il Consiglio comunale ha adottato, con la delibera n. 8/2026, il Piano di lottizzazione n. 418/2023 di via Viaccia a Narnali, in attuazione dell’area di trasformazione AT5_09 del Piano Operativo, per la realizzazione di edilizia residenziale e spazi pubblici.
Somigli ricostruisce la storia dell’area: agricola nel piano del 1998, interessata dalle previsioni della circonvallazione durante la giunta Cenni, trasformata dalla pianificazione successiva in area edificabile e infine ricompresa nel territorio urbanizzato. Una previsione attraversa così amministrazioni diverse, sopravvive al mutamento del contesto e arriva alla fase attuativa quasi come se fosse diventata irreversibile.
Ed è proprio seguendo la lunga formazione di quella previsione che l’articolo pone una seconda questione: chi ha accompagnato nel tempo la costruzione del destino urbanistico di Viaccia?
Nel 2019, mentre era consigliere comunale, Giacomo Sbolgi dichiarava ufficialmente di essere presidente di Ho. Me. Srl, con un compenso di 30 mila euro; vicepresidente di Edilcoop, con un compenso di 24 mila euro; liquidatore della Cooperativa edificatrice L’Amicizia e de Il Fabbricone ASD a r.l. Non si tratta, dunque, di una generica vicinanza culturale al settore immobiliare, ma di incarichi societari formali e retribuiti all’interno del mondo della gestione immobiliare e della cooperazione edilizia.
Edilcoop, a sua volta, non era una piccola cooperativa periferica.
Era un consorzio che aveva svolto per decenni un ruolo centrale nell’edilizia sociale e convenzionata pratese, coordinando cooperative, soci, acquisizioni immobiliari, interventi su aree PEEP e programmi residenziali. Nel 2010 dichiarava oltre settecento soci, 1.450 alloggi già costruiti e un programma di ulteriori 450 abitazioni. Fra i progetti ancora sulla carta comparivano espressamente interventi a Viaccia, oltre che a Capezzana, La Briglia e Calenzano.
Nella stessa occasione il presidente Federico Bettarini chiedeva una maggiore sinergia fra pubblico e privato e sosteneva la necessità di ripensare gli strumenti urbanistici per rilanciare l’edilizia sociale privata. Una posizione legittima e dichiarata apertamente. Ma anche la conferma che quel sistema cooperativo non si limitava a costruire sulla base delle regole esistenti: chiedeva alla politica di contribuire a creare le condizioni urbanistiche necessarie perché gli interventi potessero realizzarsi.
Questo non dimostra che il progetto annunciato da Edilcoop nel 2010 coincida con l’attuale AT5_09. E non dimostra che Edilcoop, Ho. Me., Abitare Toscana o la Cooperativa Ficarello siano i promotori occulti della lottizzazione adottata nel 2026. Ma dimostra qualcosa che non è affatto marginale: Viaccia era già da tempo un’area d’interesse del sistema cooperativo-edilizio nel quale Sbolgi avrebbe successivamente ricoperto incarichi di rilievo, mentre svolgeva contemporaneamente funzioni politiche dentro il Comune di Prato.
È questo il punto sul quale occorre fare chiarezza.
Perché l’urbanistica non è una disciplina neutra. Quando un terreno agricolo viene inserito nel territorio urbanizzato, trasformato in area edificabile e infine interessato da un piano attuativo, una decisione pubblica produce un aumento di valore privato.
Non c’è niente di illecito, in sé.
La funzione stessa della pianificazione è stabilire dove, come e a quali condizioni sia possibile trasformare il territorio.
Ma proprio perché l’urbanistica genera valore economico, non basta verificare che gli atti siano formalmente corretti. Occorre rendere leggibile l’intero processo: chi ha proposto la trasformazione, chi l’ha sostenuta, chi ha partecipato alla formazione degli strumenti urbanistici, chi possedeva le aree, chi le ha successivamente acquistate, quali professionisti e società sono intervenuti e chi raccoglierà il beneficio economico finale.
Il problema, quindi, non è necessariamente fuori dalla legalità.
Può trovarsi interamente dentro la legalità, quando la regolarità degli atti viene utilizzata come risposta definitiva e impedisce di interrogare la rete di relazioni, interessi e continuità che ha accompagnato quelle decisioni.
Un sistema non ha bisogno di violare la legge per produrre rendita.
Può limitarsi a conoscere bene i procedimenti, presidiare per anni i luoghi nei quali si formano le scelte, coltivare relazioni politiche e professionali, attendere che le previsioni diventino stabili e beneficiare infine del valore creato da decisioni pubbliche perfettamente legittime.
È proprio per questo che la legalità deve essere il punto di partenza, non la conclusione del giudizio politico.
Somigli mette in fila nomi e relazioni: Edilcoop, Ho. Me., L’Amicizia, la Cooperativa Ficarello, Abitare Toscana, Federico Bettarini, Giacomo Sbolgi. Alcuni collegamenti sono documentati formalmente; altri sono territoriali, professionali o organizzativi; l’ultimo tratto della catena – quello che condurrebbe direttamente all’attuale piano di lottizzazione – deve ancora essere dimostrato.
È proprio quel tratto che la politica e l’amministrazione dovrebbero contribuire a chiarire, anziché limitarsi a difendere la conformità della pratica.
Chi presentò il primo progetto richiamato nel 2019? Chi erano allora i proprietari, i promotori e i progettisti?
L’intervento annunciato da Edilcoop a Viaccia nel 2010 riguardava la stessa area, terreni confinanti oppure una previsione completamente diversa?
Quali rapporti societari, professionali o negoziali sono intercorsi nel tempo fra i soggetti dell’attuale piano e il sistema cooperativo-immobiliare descritto?
E soprattutto: dopo l’alluvione del 2023, qualcuno ha realmente rimesso in discussione l’opportunità di edificare quell’area oppure la previsione urbanistica è stata trattata come un diritto ormai intangibile?
Giacomo Sbolgi non è importante soltanto perché ha presieduto la seduta del Consiglio comunale del 16 luglio. È importante perché la sua biografia politica e professionale rappresenta uno dei punti nei quali il sistema amministrativo, la cooperazione edilizia e la gestione immobiliare si sono formalmente incontrati.
Il caso Viaccia non riguarda soltanto trentaquattro appartamenti.
Riguarda il modo in cui a Prato si sono formate e conservate nel tempo le decisioni sul territorio. Riguarda la capacità di reti consolidate di attraversare maggioranze diverse, strumenti urbanistici diversi e stagioni politiche diverse. Riguarda una città nella quale le previsioni edificatorie sembrano sopravvivere a tutto: al mutamento climatico, alle alluvioni, alla saturazione del territorio e perfino alla crisi dello stesso modello immobiliare che le aveva generate.
Non occorre immaginare una regia occulta. Basta osservare una continuità visibile.
La politica pianifica. I procedimenti consolidano. Il mercato attende. La rendita incassa.
Il compito della politica dovrebbe essere interrompere questo automatismo e riportare l’interesse pubblico al centro della decisione.
Perché l’urbanistica non deve soltanto stabilire ciò che legalmente si può costruire. Deve ancora avere il coraggio di decidere ciò che, nell’interesse della città, non ha più senso costruire.

