Per anni si è cercato di tenerlo chiuso. Oggi il suo contenuto è sotto gli occhi di tutti
Di Maria Romana Bergamaschi
Dopo che Prometeo ebbe sottratto il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, Zeus, deciso a punire l’umanità per quell’affronto, ordinò la creazione di Pandora, la prima donna mortale. Le affidò numerosi doni e un vaso nel quale erano racchiusi tutti i mali del mondo, imponendole il divieto assoluto di aprirlo. Ma la curiosità prevalse sul comando divino e, una volta sollevato il coperchio, nel mondo si riversarono disgrazie, malattie, sofferenze e ogni genere di sventura.
Il mito di Pandora sembra adattarsi sorprendentemente bene alla Firenze di oggi. Anche la nostra città possiede il suo vaso: un recipiente colmo di decisioni discutibili, progetti faraonici, promesse irrealizzabili e problemi accuratamente occultati per anni sotto il rassicurante velo della propaganda. Un vaso che si è cercato con ostinazione di mantenere ben chiuso, confidando che bastasse non parlarne perché cessasse di esistere.
Ma, come accade nelle storie migliori, arriva sempre il momento in cui il coperchio non regge più. E allora ciò che era stato accuratamente nascosto si manifesta in tutta la sua evidenza.
Quel momento è arrivato l’anno scorso, quando Firenze si è risvegliata con un enorme cubo nero a dominare l’orizzonte. All’improvviso una delle tante “mirabili” opere concepite durante l’era Nardella cessava di essere un disegno su carta o una promessa elettorale per trasformarsi in una presenza concreta, ingombrante e impossibile da ignorare. Da quel giorno il contenuto del vaso ha iniziato a riversarsi davanti agli occhi dei fiorentini: cantieri interminabili, traffico paralizzato, alberi abbattuti, commercio in sofferenza, opere senza fine e una città sempre meno riconoscibile.
D’altra parte, Dario Nardella non poteva permettersi il lusso dell’alternanza. Per lui era indispensabile che la guida della città rimanesse nelle mani di Sara Funaro, sua fedelissima collaboratrice già ben prima del 2014 e naturale continuatrice di un progetto politico che, evidentemente, non poteva interrompersi. Più che un normale passaggio democratico, il tutto ha assunto i contorni di una successione dinastica, nella quale il sovrano designa il proprio erede affinché nulla cambi davvero.
L’impresa è stata agevolata da un elettorato sempre più disilluso, metà del quale ha preferito rifugiarsi nell’astensione. Le critiche dei cittadini sono state archiviate con quella miscela di sufficienza e paternalismo che troppo spesso accompagna chi considera il consenso un diritto acquisito anziché una responsabilità da meritare.
In questa nuova stagione amministrativa un ruolo di primo piano è stato affidato ad Andrea Giorgio, assessore alla sicurezza e alla mobilità. Per affrontare problemi tanto complessi è stato necessario ricorrere a eserciti di consulenti, ingegneri, architetti e botanici, naturalmente retribuiti con denaro pubblico. Dopo mesi di studi, analisi e milioni di dati elaborati, la conclusione sembra essere disarmante nella sua semplicità: il problema non sarebbero i cantieri che soffocano la città, bensì i cittadini che osano utilizzare l’automobile per andare al lavoro. Una scoperta destinata, senza dubbio, a lasciare un segno nella storia del pensiero urbanistico.
Alla sindaca va comunque riconosciuta una notevole coerenza. Aveva promesso una “Firenze al plurale” e, bisogna ammetterlo, la promessa è stata mantenuta. Si sono moltiplicati i problemi, i disagi, le tasse, le multe, gli hotel di lusso, gli studentati, le isole di calore e perfino i cantieri. Una declinazione del plurale che probabilmente non era quella immaginata dai cittadini.
Nel giro di pochi anni Firenze è divenuta, secondo diverse classifiche, una delle città più care d’Italia, gli introiti derivanti dalle sanzioni hanno raggiunto livelli record, il numero delle famiglie in difficoltà è aumentato, i negozi abbassano quotidianamente le saracinesche, mentre opere come il nuovo stadio sembrano appartenere più al regno delle intenzioni che a quello della realtà. Nel frattempo, l’abbattimento sistematico degli alberi continua a essere presentato come il prezzo inevitabile del progresso, anche quando tale progresso viaggia su tram che hanno già alle spalle diversi decenni di servizio.
Da ultimo è esploso il caso Montedomini. Fino a qualche anno fa sarebbe forse bastata una conferenza stampa per archiviare rapidamente ogni polemica. Oggi, invece, il clima è cambiato. Perché quando il contenuto del vaso è ormai sparso ovunque, diventa difficile convincere i cittadini che ciò che vedono con i propri occhi non esista.
Resta soltanto una domanda. Come riusciranno, questa volta, a richiudere il vaso? Forse ricorrendo ancora alla più celebre massima del Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». A Firenze, del resto, questa sembra essere diventata più di una citazione letteraria: un vero e proprio metodo di governo.

