di Filippo Boretti (architetto)
A Prato Attucci e Targetti indicano due problemi reali. Ma le inchieste di LFCV mostrano perché costi, investimenti e governance vadano chiariti prima che l’emergenza impiantistica diventi la spiegazione di tutto.
Le inchieste condotte negli ultimi mesi da Lorenzo Somigli e da La Firenze che Vorrei hanno avuto un merito preciso: spostare il dibattito su Plures dalle dichiarazioni agli atti.
Costi proposti dal gestore e non riconosciuti da ATO Toscana Centro, rettifiche per decine di milioni, un Piano degli investimenti risultato non validabile, problemi di separazione contabile, resistenze sull’accesso ad alcuni documenti e, da ultimo, una nuova contestazione dell’Autorità sulla mancata informazione preventiva relativa al trasferimento di personale.
Nessuno di questi elementi dimostra da solo un illecito o un danno erariale. Insieme, però, pongono una questione che non può essere aggirata: prima di chiedere ai cittadini altre tariffe, altri investimenti e nuovi impianti, bisogna capire come funziona la macchina che dovrebbe realizzarli.
È qui che il confronto politico apertosi a Prato fra Cristina Attucci e Jonathan Targetti diventa interessante.
Attucci dice una cosa vera: la Toscana paga anni di ritardi nella realizzazione degli impianti necessari a chiudere il ciclo. Trasferimenti fuori ambito, discariche, costi di trasporto e dipendenza da strutture altrui hanno un prezzo. Pensare che raccolta differenziata e riciclo possano risolvere tutto significherebbe negare una parte del problema.
Targetti richiama però l’altra metà della questione: la mancanza degli impianti non può diventare la spiegazione universale dell’aumento della TARI. E soprattutto non può diventare il modo per smettere di guardare dentro Plures.
Il deficit impiantistico rimanda a responsabilità politiche e programmatorie maturate soprattutto a livello regionale.
La tariffa che arriva oggi nelle case e nelle aziende nasce però anche dentro una catena più vicina: Plures propone costi e investimenti, ATO li verifica e li rettifica, i Comuni partecipano alle decisioni e infine i cittadini pagano.
Le inchieste di LFCV mostrano che è proprio questa catena a dover essere approfondita.
Quando ATO esclude voci di costo, richiede ulteriore documentazione, non ritiene validabile un piano degli investimenti o richiama il gestore sull’imputazione del personale, non sta discutendo se serva un termovalorizzatore. Sta facendo qualcosa che viene prima: verificare che ciò che viene chiesto agli utenti sia pertinente, documentabile e coerente con il servizio regolato.
Per questo Attucci e Targetti stanno guardando due piani dello stesso problema.
Attucci guarda alla fine del ciclo: dove trattiamo quello che non può essere recuperato?
Targetti guarda a monte: quanto costa il sistema, chi decide gli investimenti, quali costi possono gravare sulla tariffa, quale controllo esercita il Comune e perché Prato assume determinate posizioni in ATO?
Sono entrambe domande legittime. Ma l’ordine conta.
Se si parte direttamente dagli impianti, il rischio è trasformare una vicenda complessa in una sequenza apparentemente inevitabile: mancano gli impianti, dunque aumentano i costi, dunque bisogna costruirli.
Una spiegazione plausibile. Ma incompleta.
Perché restano i costi contestati da ATO, gli investimenti non sufficientemente documentati, l’indebitamento, i dividendi, la separazione fra costi corporate e servizio regolato. E soprattutto resta da capire quale capacità di controllo esercitino realmente i Comuni su una società che formalmente appartiene a loro.
È qui che la critica agli impianti mancanti può produrre un paradosso politico.
Se il centrodestra concentra tutta l’offensiva sulla Regione, finisce per consegnare a Matteo Biffoni una linea difensiva semplicissima: la TARI aumenta perché la Toscana non ha gli impianti.
È una parte della verità. Proprio per questo funziona.
Ma non spiega Plures.
E Biffoni non è un osservatore esterno. Prato è uno dei principali soci della multiutility; il sindaco ha trattenuto direttamente i rapporti con le partecipate e il Comune partecipa alle sedi nelle quali vengono assunte decisioni su ATO e tariffa.
Non si può essere protagonisti quando si costruisce la multiutility e diventare spettatori quando il regolatore ne contesta costi o investimenti.
Per questo non credo che il terreno giusto sia scegliere fra Attucci e Targetti.
Attucci fa bene a chiedere alla Regione conto del deficit impiantistico. Targetti fa bene a impedire che quella responsabilità diventi una cortina dietro la quale scompaiano Plures e il ruolo del Comune.
L’opposizione più efficace dovrebbe riuscire a fare entrambe le cose, ma nella sequenza corretta: prima gli atti, i costi, gli investimenti e le responsabilità. Poi gli impianti, la loro necessità, la localizzazione e le tecnologie.
Altrimenti anni di ritardi politici e problemi gestionali possono confluire in un’unica conclusione: servono nuovi investimenti e non esistono alternative.
Ed è proprio per evitare questo automatismo che la Commissione Controllo e Garanzia del Comune di Prato può assumere un ruolo decisivo.
Non per stabilire preventivamente chi abbia ragione, ma per acquisire gli atti, ricostruire la formazione dei costi, distinguere ciò che dipende dalla carenza impiantistica da ciò che dipende dalla gestione, verificare le decisioni assunte da Prato in ATO e comprendere quale controllo venga realmente esercitato su Plures.
Perché il problema non è scegliere se guardare agli impianti oppure alla multiutility. Il problema è evitare che l’urgenza degli impianti arrivi prima della verità su Plures.

