Basta con l’opacità: è ora di pubblicare integralmente lo studio della Sapienza sugli affitti brevi

affitti brevi

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Dopo la promessa del Comune, non è più accettabile che uno studio pagato con risorse pubbliche resti invisibile ai cittadini che subiranno le conseguenze delle nuove regole

 

Il 26 del mese scorso è stato scritto che lo studio di supporto alla regolamentazione sugli affitti brevi a Firenze sarebbe stato pubblicato “nei prossimi giorni”. È un’affermazione impegnativa e seria, soprattutto quando proviene da un ambito accademico e riguarda una ricerca realizzata a supporto di una decisione amministrativa rilevante. Proprio per questo attendiamo di poter leggere integralmente quella ricerca.

Sarebbe un problema, non solo per i cittadini ma anche per la credibilità scientifica dell’istituzione accademica che la supporta, se uno studio usato per giustificare provvedimenti che incidono su proprietà private, redditività degli immobili e valore delle abitazioni restasse di fatto non accessibile, o venisse reso disponibile solo in forma parziale, riassuntiva o comunicativa.

A maggior ragione se, come è ragionevole pensare, questa ricerca è stata commissionata o comunque sostenuta con risorse pubbliche. Una ricerca pagata direttamente o indirettamente con soldi pubblici, e utilizzata per fondare una decisione pubblica, non può restare confinata in un circuito ristretto. Deve essere disponibile alla cittadinanza, perché sono i cittadini, proprietari, residenti, inquilini, lavoratori e contribuenti, a subire o beneficiare degli effetti di quelle decisioni.

C’è poi un altro elemento che rende questa pubblicazione ancora più urgente. Firenze si presenta come città apripista in Italia su una regolamentazione di largo raggio degli affitti brevi. Non si tratta di una misura marginale o locale senza conseguenze. Si tratta di un intervento che potrebbe diventare modello per altre città italiane. Proprio per questo è indispensabile capire con la massima chiarezza come sia stata costruita la ricerca che lo sostiene.

La questione è ancora più rilevante perché, nel frattempo, le misure sono state assunte e stanno diventando operative. Questo significa che la ricerca arriva ex post, cioè dopo che la decisione politica è già stata presa, mentre in una corretta procedura pubblica dovrebbe accadere il contrario: prima si presenta lo studio, completo di metodo, dati e limiti; poi lo si discute; infine si decide.

C’è poi un punto metodologico che ritengo essenziale. Da quanto si è potuto capire finora, lo studio sembra fondarsi soprattutto su dati secondari: mappe, annunci, indicatori territoriali, distribuzione degli affitti brevi, rapporto con lo stock abitativo, zone di pressione e rischio di spillover. Sono dati utili, certamente. Ma i dati secondari, non a caso, si chiamano secondari.

Possono fotografare un fenomeno. Possono dire dove oggi si concentrano gli affitti brevi. Possono mostrare densità, rapporti, tendenze, aree critiche. Ma, da soli, non bastano necessariamente a prevedere i comportamenti futuri degli attori coinvolti. Una mappa può dirci dove sono gli affitti brevi. Non può dirci, da sola, che cosa faranno le persone quando cambiano le regole. Ed è proprio questo il punto sul quale discutere. La ricerca è in grado di dirci quali effetti concreti ci si attende da queste scelte?

Può dirci se i proprietari passeranno davvero agli affitti lunghi? Può dirci quanti venderanno? Quanti terranno vuoto l’immobile? Quanti passeranno agli affitti medi? Quanti useranno la casa per familiari? Quanti cercheranno altre formule contrattuali? Quanti immobili finiranno in mano a soggetti più grandi? Può dirci se nelle zone non bloccate crescerà il numero di nuovi affitti brevi? Può dirci se ci sarà spillover? Può dirci se l’overtourism diminuirà davvero? Può dirci se aumenterà davvero l’offerta abitativa per residenti? Può dirci quali effetti ci saranno su hotel, studentati privati, affitti transitori, case vuote e mercato immobiliare?

Per rispondere a queste domande non bastano necessariamente dati secondari. Servono anche dati primari, cioè indagini sul campo, interviste, rilevazioni dirette presso proprietari, gestori, residenti, amministratori di condominio, operatori delle zone limitrofe e soggetti economici coinvolti. Semplicemente perché una politica pubblica che vuole modificare i comportamenti deve prima conoscere quei comportamenti.

I dati secondari fotografano il mercato. I dati primari aiutano a capire le scelte delle persone.

L’Università La Sapienza, come istituzione pubblica, dovrebbe avere interesse a che una ricerca svolta a supporto di una decisione amministrativa così rilevante, e dagli effetti probabilmente nazionali, sia pubblicata integralmente, con metodologia, limiti, fonti, criteri, indicatori, eventuali margini di incertezza e possibilità di verifica. Questo non è un dettaglio formale. È il fondamento della credibilità scientifica.

Una ricerca, per essere tale, deve essere verificabile e, almeno in linea di principio, replicabile. Chi legge deve poter capire quali dati sono stati usati, come sono stati raccolti, quali variabili sono state considerate, quali sono state escluse, quali limiti presenta l’indagine e quali conclusioni possono essere tratte legittimamente. Altrimenti si chiede ai cittadini di fidarsi.

Noi aspettiamo quindi di leggere questa ricerca nella sua interezza, confidando nella serietà dell’Università La Sapienza, di chi ha svolto lo studio e del Comune di Firenze, che ha promesso di renderlo pubblico. Perché se una ricerca viene usata per sostenere provvedimenti che producono effetti concreti sui cittadini, quella ricerca deve essere pubblica, completa, leggibile e verificabile.

Se invece non venisse resa disponibile integralmente, si aprirebbero inevitabilmente altre domande, non solo politiche e amministrative, ma anche metodologiche e scientifiche, riguardanti una importante istituzione universitaria.

Per ora, semplicemente, restiamo in attesa.