Non riconosco più la mia città

vincenzo freni

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Firenze è ancora la città dei fiorentini? Il grido di chi non si sente più a casa nella propria città

 

C’è una frase che sento ripetere sempre più spesso da persone molto diverse tra loro: “Non riconosco più la mia città.” Credo che anche tu l’abbia sentita più volte.

La cosa interessante è che questa frase non appartiene a una parte politica. Non la pronunciano soltanto coloro che si oppongono all’attuale amministrazione. La dicono anche persone che provengono da una tradizione di sinistra, spesso comunista, famiglie che per generazioni hanno votato e sostenuto quel mondo politico. La dicono persone moderate, persone di destra, persone che non si occupano affatto di politica e perfino persone che non votano. Questo significa, credo di non sbagliare, che siamo davanti a qualcosa di più profondo. È una frattura nel rapporto tra cittadino e città.

Quando una persona dice “non riconosco più la mia città”, non sta semplicemente esprimendo fastidio. Sta dicendo che il luogo in cui vive ha smesso di restituirle un’immagine familiare di sé. Questa frase la sento al mercato, nei bar, durante le cene tra amici, ai giardini dove porto Mia, il cane fedele, a passeggiare, nei commenti sui social, nelle conversazioni che nascono per strada. La pronunciano pensionati, professionisti, commercianti, impiegati, insegnanti e lavoratori.

Immagino già l’obiezione a quanto sto scrivendo. Se qualcuno dentro Palazzo Vecchio leggesse queste parole, probabilmente sarebbe tentato di archiviarle come l’ennesima lamentela dell’opposizione, il solito malcontento, la solita critica pregiudiziale. E invece non è così. Provate per una volta ad ascoltare le voci che vengono dal basso. Quella frase viene pronunciata anche da persone che hanno sostenuto e votato le amministrazioni che si sono succedute negli ultimi decenni.

Quando un disagio attraversa orientamenti politici diversi, condizioni economiche diverse e generazioni diverse, non siamo più davanti a una polemica di parte. Siamo davanti a un fenomeno sociale che merita di essere compreso da chi desidera capire.

Sì, lo so: le città cambiano da sempre. È vero. Ma in questo caso sono molte le persone che hanno la sensazione che la città non sia più progettata principalmente per chi la abita.

Per spiegarmi meglio ricorro a una metafora. Firenze assomiglia sempre più a un albergo costruito dentro una casa. È come quando da adulti si torna nella casa dove si è cresciuti. I muri sono gli stessi, l’indirizzo è lo stesso, perfino alcuni mobili sono ancora al loro posto. Eppure qualcosa è cambiato. Le stanze hanno un’altra funzione, le fotografie sono sparite, le voci che riempivano la casa non ci sono più. Sei entrato nella tua casa, ma non ti appartiene più nello stesso modo.

Ecco perché il disagio è così difficile da spiegare. Non deriva dall’essere altrove. Deriva dal sentirsi stranieri in un luogo che dovrebbe esserti familiare. Piano piano ogni stanza è stata adattata alle esigenze degli ospiti. Si cambia l’arredamento, si modificano gli spazi, si introducono nuovi servizi. Si pensa sempre più a chi arriva e sempre meno a chi ci vive.

Nel frattempo il residente assiste a una progressiva trasformazione delle attività economiche. Sempre più negozi, servizi e iniziative sembrano rivolgersi a chi è di passaggio piuttosto che a chi vive qui tutto l’anno. Il turista, lo studente fuori sede, il city user, il visitatore occasionale diventano i principali destinatari dell’offerta urbana.

Se a questo si aggiungono la percezione crescente di insicurezza, gli episodi di scippo, lo spaccio visibile in alcune aree, il degrado degli spazi pubblici, le difficoltà della mobilità quotidiana, la scomparsa dei servizi di prossimità e la sensazione diffusa che molte scelte vengano compiute senza mettere il residente al centro, si comprende perché tante persone arrivino a pronunciare una frase che dovrebbe far riflettere qualsiasi amministrazione: “Questa non è più la mia città.”

Queste persone non stanno necessariamente dicendo che Firenze sia diventata brutta. Stanno dicendo qualcosa di più grave. Stanno dicendo che Firenze sta lentamente smettendo di essere una comunità abitata per trasformarsi in una piattaforma urbana utilizzata da una moltitudine di soggetti diversi: turisti, investitori immobiliari, studenti fuori sede, visitatori giornalieri e city users che arrivano la mattina e se ne vanno la sera.

Il problema nasce quando il residente smette di essere il principale punto di riferimento. Gli studentati non sono pensati per il residente. Gli alberghi non sono pensati per il residente. Gli appartamenti turistici non sono pensati per il residente. Molte attività commerciali non vivono grazie al residente. Molti servizi vengono progettati tenendo conto soprattutto di chi utilizza la città temporaneamente. Il cittadino che vive qui tutto l’anno finisce così per percepire una progressiva marginalizzazione.

Esiste poi un’altra categoria di cui si parla poco: gli ex residenti. Negli ultimi vent’anni Firenze ha registrato un saldo migratorio negativo verso i comuni della cintura metropolitana. Oltre 24.000 persone hanno trasferito la propria vita quotidiana fuori dai confini comunali.

Non si tratta di un esodo verso altre regioni o verso l’estero. Molto spesso si tratta di famiglie che si sono spostate a Scandicci, Sesto Fiorentino, Bagno a Ripoli, Campi Bisenzio, Signa, Lastra a Signa e negli altri comuni dell’area metropolitana, dove hanno trovato abitazioni più accessibili, maggiore tranquillità e, secondo molti, una migliore qualità della vita. Eppure queste persone continuano a entrare ogni giorno in città. Secondo le stime dell’IRPET, oltre 100.000 pendolari raggiungono quotidianamente Firenze provenendo dall’area vasta.

Ecco il paradosso. Molti di coloro che un tempo erano cittadini a tempo pieno oggi sono diventati utilizzatori della città. Lavorano a Firenze, fanno acquisti a Firenze, frequentano eventi a Firenze, usufruiscono dei suoi servizi, ma la loro vita reale si svolge altrove.

Anche loro finiscono per vivere la città in modo più superficiale. Non perché la conoscano meno, ma perché non la abitano più. Arrivano, utilizzano ciò di cui hanno bisogno e poi tornano nel luogo dove ormai si svolgono le relazioni familiari, la vita di quartiere, le amicizie, il tempo libero e pagano le tasse.

Così Firenze si trova in una situazione singolare: le sue strade sono piene di persone, ma una quota crescente di queste persone non vive realmente la città, semplicemente la utilizza. Forse è questo il significato più profondo di quella frase che sentiamo ripetere sempre più spesso: “Non riconosco più la mia città.”