Sono già trascorsi cinque mesi dall’inizio dei lavori sul Ponte al Pino, cominciati insieme a questo 2026.
Un ponte lungo esattamente 32 metri e largo 16, nella Firenze funariana evidentemente richiede un progetto in quattro fasi articolato in 2 giorni di chiusura stradale totale per l’installazione di una passerella di 44 metri di lunghezza e 3 di larghezza (peraltro scoperta, obbligando quindi i passanti a entrarvi con l’ombrello quando piove, togliendo così altro posto oltre a quello già risicato), 20 giorni di parzializzazione del traffico per rinforzare le spalle del ponte, 100 giorni di blocco totale alla circolazione per smantellare il vecchio cavalcavia e ultimare la nuova struttura metallica e altri due giorni per togliere la passerella (1).
In media, poiché la matematica non è un’opinione, e se lo fosse non sarebbe certo lusinghiera e favorevole nei riguardi del PD, risulta che con questi tempi gli operai del cantiere lavorerebbero su 28.5 centimetri al giorno, avendone impiegati 0.91 per la costruzione della passerella.
Ma i costi?
Il guiderdone stanziato per l’insieme dell’opera, che include anche le opere di mitigazione dell’impatto acustico e ambientale (passato tuttavia da un massimo di 70 decibel prima di quest’anno all’attuale picco di 85, non a caso RFI stessa ha dovuto chiedere spesso deroghe per i suoi cantieri, deroghe che il Comune è del resto assai generoso nel concedere [2]) e il riassetto complessivo della viabilità della zona, si attesta a 17 milioni di euro (3). Soldi, questi, che provengono dal Contratto di Programma – Parte Investimenti stipulato tra RFI e il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (4) e la cui origine deriva dallo Stato italiano, dall’Unione Europea (cioè, in ultima analisi, dal PNRR) e dai biglietti dei treni. In una parola, 17 milioni di euro di soldi dei cittadini andati a finanziare una serie di interventi inutili, fastidiosi, non richiesti e nei quali chi deve materialmente occuparsene lavora a malapena su mezzo metro al giorno. Non sorprende, quindi, la loro abnorme durata di 11 mesi a fronte delle dimensioni irrisorie della struttura in questione.
Il confronto con altri Paesi del mondo, e il lettore ci perdonerà la lunghezza del viaggio imposto ma da questa parte si fa a gara a chi va a ramengo di più e prima, è impietoso.
Quando la sindachessa Funaro parlò di «città complessa da governare» (5) più di un dubbio sorse sulla sua reale conoscenza del mondo esterno alle mura di Firenze.
Nella città di Pechino, a inizio dicembre, in mezzo al verde che abbraccia tutto il perimetro cittadino e autostradale e coi suoi 22 milioni di abitanti, fin nel centralissimo villaggio olimpico eretto per i Giochi del 2008, gli operatori comunali e statali sono riusciti nell’impresa di posare ben 8.000 tonnellate d’asfalto su 2.4 chilometri di manto stradale in sole sei ore, ovviamente di notte data l’importanza del viale, peraltro in condizioni non disastrose come quelli nostrani, e nell’ottica di non creare problemi agli automobilisti (6).
Già nella città di Jinan, nell’estate dell’anno scorso, fu possibile strutturare una cupola gonfiabile insonorizzata su un’opera in costruzione in pieno centro, salvando così la cittadinanza dai cantieri e dall’inquinamento acustico: «Opere più pulite e silenziose» le definì infatti, con un post su X, la portavoce del Ministero degli Esteri, Mao Ning (7).
I «metodi di Pyongyang», a torto e immotivatamente esecrati, malauguratamente, anche da una parte dell’opposizione pure sul tema B&B, hanno visto l’attuazione, dal 2021, di un piano quinquennale per la creazione di 50.000 appartamenti, 10.000 all’anno (senza requisire alcunché a nessuno!) (8), e la nascita di cinque quartieri nel giro di un anno letteralmente dal nulla: il macro-comprensorio di Hwasong, i cui lavori si articolano in cinque fasi, la quale ultima è iniziata a febbraio, copre un’area totale di 3.20 km², l’equivalente di ben 213 Ponte al Pino, senza contare l’ultimo quartiere ivi costruito, quello di Saeppyol (“Astro mattutino”), la cui costruzione iniziò a fine ottobre per terminare a fine aprile, poco più di un mese fa. Seguono poi Songhwa, Jonwi, Rimhung e Kyongru-dong, dalle rispettive estensioni di 0.56, oltre 0.80, circa 0.90 e tra 0.15 e 0.20 km², fatti costruire interamente dallo Stato e adornati di case consegnate gratis ai cittadini (9), che non devono nemmeno pagarvi le tasse in quanto in Corea del Nord, unica al mondo, sono state abolite più di mezzo secolo fa (10).
Coi «metodi di Pyongyang» e nella stessa finestra temporale di un anno, il Ponte al Pino sarebbe stato rifatto, a seconda della zona presa come metro di paragone, 37, 53, 100, mediamente 57 e circa 12 volte. Senza minacciare la comodità della vita e gli introiti di chi vi risiede e vi lavora, senza commettere ecocidi e disboscamenti scellerati. Vedere per credere.
Coi “miseri” 363.417 abitanti che conta Firenze (11), paragoni come questi contribuiscono a dimostrare non solo che un altro modello di città è possibile, ma che non viene perseguito non per impossibilità tecnica od oggettiva, bensì per una volontà puramente politica, economica e finanziaria che, forse, non è appannaggio dei soli PD e AVS.
NOTE
(11) https://www.sistan.it/index.php?id=88&no_cache=1&tx_ttnews%5Btt_news%5D=12686
In copertina: copyright Fotocronache Germogli
